
A una settimana dal primo anniversario della morte di papa Francesco, torna alla mente un episodio che rivela la sua sensibilità umanistica e spirituale. Un giorno il direttore dell’Osservatore Romano, Andrea Monda, fu ricevuto da Bergoglio per un colloquio di lavoro; in quell’occasione il Papa gli consegnò un dattiloscritto dedicato a Virgilio. Quando Monda gli chiese se potesse pubblicarlo, Francesco rispose: «È solo uno scherzo giovanile», ricordando il suo interesse, da giovane, per la tesi del Virgilio poeta e profeta “pre‑cristiano”. In quelle pagine, ora rese note, Bergoglio si misurava con l’Eneide come con un interlocutore vivo, leggendo la vicenda di Enea come una chiave per comprendere il rapporto tra memoria e futuro, tra il peso della storia e la necessità di mettersi in cammino. Per lui il poema non era un monumento letterario, ma un testo che interroga l’uomo quando tutto sembra crollare e la tentazione di fermarsi appare più forte della spinta a ricominciare.
Già in quelle riflessioni emerge una convinzione che accompagnerà tutto il suo pensiero: il futuro non nasce dall’oblio, ma dalla capacità di portare sulle spalle ciò che ci ha generati. Nel suo saggio giovanile, Bergoglio descrive la notte della caduta di Troia come un tempo in cui il terrore si insinua ovunque e il silenzio pesa più delle fiamme. In quel caos individua un punto di svolta: la vocazione che si impone a un uomo che non vuole accettarla. Enea vorrebbe morire con la sua città, come i compagni che cercano la gloria estrema; ma gli viene chiesto di vivere, di portare altrove ciò che resta della sua patria. Così il gesto di sollevare Anchise diventa il simbolo di una responsabilità che non cancella il dolore, ma lo trasforma in fondamento e direzione. Il cuore del suo commento è il momento in cui l’eroe, dopo esitazioni e perdite, finalmente si muove. Quel “mi mossi” che chiude il libro non è un dettaglio narrativo: è l’istante in cui la volontà dell’uomo si accorda con ciò che lo supera. Da quel passo nasce Roma, e con essa un modo di stare nella storia che unisce memoria e futuro.
Per Bergoglio, l’eroismo non è l’assenza di paura, ma la capacità di rialzarsi e di assumere il peso della propria origine: la memoria come condizione del cammino, la tradizione come radice che non trattiene ma orienta. Questa lettura virgiliana riaffiora più volte nel suo ministero, come ha evidenziato padre Spadaro. Nel 2008, nel Messaggio alle comunità educative, Bergoglio ricordava che l’umanità ha sempre concepito la vita come un cammino e l’uomo come homo viator. L’inquietudine che spinge a uscire da sé era, per lui, il luogo in cui nasce la vocazione. Citava ancora Enea, che davanti a Troia distrutta supera la tentazione di ricostruire ciò che non può più essere e sceglie invece di salire verso i monti con il padre in braccio: un’immagine che diventerà per lui una vera icona. Da Papa, Francesco riprenderà più volte questa eco virgiliana. Durante la pandemia, in un dialogo con Austin Ivereigh, ricordò il verso dal II libro Cessi, et sublato montem genitore petivi («mi rassegnai e sollevato il padre mi diressi sui monti»), interpretandolo come un invito per tutti: «Prendere le radici delle nostre tradizioni e salire sui monti». Non per rifugiarsi, ma per guardare più lontano.
La memoria, diceva, impedisce al futuro di diventare un ritorno inconsapevole al passato. Anche in altri contesti Francesco ha insistito sul valore della memoria come forza generativa. Nel 2018, presentando La saggezza del tempo, chiese che fosse proiettata un’icona dell’atelier di Bose: un giovane monaco che porta sulle spalle un fratello anziano. «Tu non puoi portarti tutti gli anziani addosso, ma i loro sogni sì», commentò. È la stessa immagine di Enea e Anchise: non un peso che schiaccia, ma un’eredità che orienta. La storia pesa, ma va portata sulle spalle, e solo chi accetta questo carico può mettersi davvero in cammino. Riletto oggi, quel testo giovanile illumina la spiritualità di Francesco, nutrendola di umanità: si può cercare il futuro solo portando con sé ciò che ci ha generati. Enea, che parte senza sapere dove va, diventa così la figura dell’uomo che risponde a una chiamata più grande di sé. In quel movimento, in quel passo che rompe l’immobilità, Bergoglio riconosceva la forma essenziale della vocazione umana.