Nel 2025 il Prodotto interno lordo italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 2.258,049 miliardi di euro, con un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è cresciuto dello 0,5%. Nello stesso anno la spesa pubblica è stata di 1.152,9 miliardi, pari al 51,1% del Pil. Come ampiamente commentato nei giorni scorsi il deficit dello Stato, cioè la differenza tra le entrate e le uscite è stato del 3,1% del Pil, quindi lo 0,1% in più di quanto necessario per rientrare nei parametri europei del patto di stabilità e per uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo.
L’Italia, quando ha adottato la moneta unica europea, ha infatti sottoscritto un patto con gli altri paesi per garantire gli equilibri necessari affinché tutti possono sfruttare i benefici e le opportunità di una valuta forte. Per il nostro paese, che già al momento del varo dell’euro aveva un debito pubblico tra i più alti, i vantaggi sono stati notevoli soprattutto con la drastica riduzione dell’inflazione e con un abbassamento dei tassi e quindi minori uscite per gli interessi sul debito e maggiori margini di manovra per la spesa pubblica.
Ma davvero lo 0,1% è così importante? In fondo si tratta “solo” di 2 miliardi di euro su di un deficit di 60 miliardi, una piccola cosa soprattutto in confronto all’insieme di una spesa pubblica che abbiamo visto essere di gran lunga maggiore.
Una prima considerazione: le regole sono fatte per essere rispettate. Ma poi non si può non considerare che una cosa è viaggiare a 140 all’ora in autostrada dove il limite è 130, un’altra cosa è viaggiare alla stessa velocità in una strada di città.
Quindi anche se in teoria l’Italia non ha rispettato i patti per uno 0,1%, in pratica questo non avrà particolari ripercussioni sulla politica economica e sulla gestione del bilancio pubblico. Sia perché l’Italia non è sola, ci sono altri nove paesi con deficit eccessivi e tra questi anche Francia e Germania. Sia perché la procedura di infrazione, che al limite potrebbe prevedere anche delle sanzioni da parte della Corte di giustizia europea, non potrà che tener conto dei passi in avanti che l’Italia ha compiuto per mettere i conti in ordine dopo gli anni della spesa facile.
Non si possono dimenticare gli 80 euro concessi a mani larghe dal Governo Renzi, ma poi gli interventi varati dal governo giallo-verde del Conte primo: il reddito di cittadinanza, il cashback sui pagamenti con le carte di credito, quota 100 per le pensioni fino, con il Conte due, al superbonus del 110%, una misura che ha favorito i ricchi proprietari di case con un costo che hanno pagato e continueranno a pagare tutti i cittadini.
Le maggiori spese sono state finanziate con nuovo debito (una montagna quello del superbonus), i consumi generati dalle carte di credito per il cashback (peraltro subito giustamente abolito dal Governo Draghi) non sono aumentati in maniera significativa, i prepensionamenti non hanno dato luogo alla creazione di posti di lavoro per i giovani, il reddito di cittadinanza non ha ridotto la povertà.
Il merito del ministro Giancarlo Giorgetti è stato quello di far tornare alla normalità la gestione del bilancio pubblico. Anche se la spesa dello Stato continua a salire e con la spesa anche la presenza e i condizionamenti dello Stato nell’economia. Ma nell’anno che precede le elezioni, e con uno scenario internazionale quanto mai complesso, non ci si può certo aspettare quei tagli e quei risparmi che si dovrebbero fare anche liberare risorse per la crescita.