“Tutto il mondo è la sagoma di un corpo… in un’altra lingua il corpo è pronto”. Si potrebbe riassumere con questa suggestiva immagine di Mattia Tarantino l’essenza di Derma (Arcipelago Itaca, 2025), la nuova opera di Arianna Vartolo (classe 1998), già finalista alla XI edizione del Premio Mauro Maconi. Un riconoscimento, quest’ultimo, che mi tocca da vicino, avendo legato anni di profonda amicizia alla figura del poeta varesino, che è stato per me un riferimento umano e amicale insostituibile.
Derma non è l’esordio assoluto della Vartolo, che avevamo già apprezzato nella sua precedente raccolta L’aiuto a non morire (2019), ma rappresenta una maturazione profonda. Il titolo è un emblema, un anagramma che l’autrice lancia in apertura “a suo rischio e pericolo”. Scorrendo le pagine, si comprende come il Derma di Vartolo non sia soltanto quel distretto anatomico intermedio, tessuto connettivo vascolarizzato e ricco di terminazioni nervose. Come suggerisce Sonia Caporossi nella postfazione, il titolo nasconde echi antitetici: può farsi madre o farsi merda. È un linguaggio di una originalità rara nel panorama contemporaneo, capace di muoversi tra astrazione e carnalità.
La poesia di Vartolo si nutre di contaminazioni insolite, che spaziano dall’area metabolica di una scrittura smanacciata fino a citazioni che sembrano estratte da un manuale di parodontologia clinica. Per un dentista-parodontologo come me, innamorato della parola, leggere versi che trattano di gengive sanguinanti è una folgorazione, cioè quella che mi incuriosito e mi ha fatto comnprare il libro: “Continuano a sanguinarti le gengive – ti dici – / eppure io uso il dentifricio Parodontax – ti dici – […] Giusto il dente rimane / souvenir di occasionale nostalgia: / di un ricordo lasciato / esposto / al rosso dell’emorragia. “Saremmo tuttavia fuori strada nel pensare che quella della Vartolo sia una semplice mitologia delle passioni sanguinose. Il suo linguaggio richiede palati sopraffini; possiede quella raffinatezza che Cristina Campo descriveva nei suoi versi: “Trema l’ultimo canto nelle altane / dove il sole era l’ombra ed ombra il sole”. In questo dedalo fiorito, Arianna evoca raramente la parola amore e il suo dolore non macchia mai i fogli di lacrime facili. Al contrario, la sua poesia rivendica una funzione curativa: la parola come guarigione. Sotto l’epidermide del testo scorrono nervi scoperti e una linfa segreta che trasfigura la vita in un Altrove di rimbaudiana memoria. Emerge un eros sorprendente e mai volgare: “a volte il cibo sembra avere / lo stesso sapore dello sperma; il che – pensi – / conferma il tuo credo del durare / del seme, del tempo al culmine delle cose…”Così come ci colpiscono, nel cuore del libro, immagini di spiazzante contrasto: “quel taglio di luna sanguina / latte di mandorle. Tu non sai / questo e continui / a bere caffè.”
Come recita un’iscrizione della Porta Alchemica di Roma: “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e una preziosa “grazia”. Ecco cosa compie la poesia di Arianna Vartolo: trasforma la materia organica in spirito, permettendoci quella magia cara a Rimbaud di leggere l’invisibile e di ascoltare l’inaudito. E solo giunti all’ultima pagina, nel silenzio della fine, comprendiamo il compimento del processo: allora sì, il corpo sarà pronto.