
Obiang Mbasogo è presidente della Guinea equatoriale da 47 anni. Nel 1982 accolse San Giovanni Paolo II, il 21 aprile scorso ha dato il benvenuto a Leone XIV. Nel paese affacciato sull’Oceano Atlantico sono presenti tutte le contraddizioni dell’Africa sub sahariana meta del recente viaggio apostolico del papa americano. Il reddito pro capite più alto del Continente coesiste con più del 60% di persone in povertà assoluta. Le enormi risorse del sottosuolo arricchiscono predatori stranieri. Il depositario del potere locale, che sta costruendo da zero una nuova capitale, ha raggiunto il record mondiale di durata in carica.
E proprio con lui il papa è stato diretto, sottolineando concetti chiari: chi governa è investito di responsabilità, la città terrena deve ispirarsi alla città di Dio (Sant’Agostino docet). Così come esplicito era stato qualche giorno prima coi giornalisti, sul volo verso Luanda (Camerun). «Si è diffusa una certa narrazione non del tutto accurata» aveva detto «come se stessi cercando di dibattere nuovamente col presidente degli Stati Uniti, cosa che non è affatto nel mio interesse. Io vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa cattolica, per incoraggiare e accompagnare tutti i cattolici africani». In effetti il lungo viaggio (1800 km., 18 voli, 4 Paesi, 25 discorsi) era iniziato contemporaneamente all’assurda e nota intemerata trumpiana e c’era il rischio che i media stravolgessero il senso autentico della missione insistendo sul tema (con varianti) ‘President versus Pope’. Leone ha però subito stoppato questa logica e ha rilanciato la sua missione di Pastore impegnato “non in politica” ma a portare Cristo ovunque.
Visitare l’Africa era stato il primo desiderio di Prevost dopo l’elezione al Soglio pontificio. E ora, a evento concluso, e sul quale è opportuno tornare, considerato che sarà sicuramente una pietra miliare del pontificato, possiamo dire che il volto sereno, felice, spesso commosso, del papa – di fronte a un popolo festante, entusiasta, e alla pittoresca coreografia di colori e suoni a tutto ritmo – ha comunicato al mondo la bellezza di una Chiesa che sa scaldare i cuori perché semina speranza anche nelle situazioni più difficili.
In undici giorni Leone ha incontrato autorità politiche, vescovi, ha parlato ai giovani e abbracciato i bambini, ha radunato folle in preghiera. Ha inoltre fortemente voluto recarsi in alcune realtà impegnate nell’assistenza ai fragili: in Algeria il centro di accoglienza delle suore agostiniane di Bab El Oued, in Camerun l’orfanotrofio di Yaoundè e l’ospedale di Douala, in Angola la casa per anziani di Saurimo e in Guinea l’ospedale psichiatrico di Malabo e il carcere di Bata.
Ed esattamente qui, nell’istituto che ha in custodia 650 detenuti per reati gravi, sotto il diluvio dell’immancabile rovescio equatoriale, si è palesata una scena potente, una delle più memorabili del viaggio, con gli uomini in arancione ad applaudire e a ripetere “libertad, libertad” e il papa ad affermare che «nessuno è escluso dall’amore di Dio, che apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare, perché ogni giorno può essere un nuovo inizio».
Non acqua che scorre su volti sconfortati, quindi, ma profonde parole di incoraggiamento, che hanno anticipato quelle vicine per contenuto e tono rivolte poco dopo ai giovani: «Siete chiamati a essere, nella fede, il fondamento del futuro vostro e di questa terra».
Così, mentre nello stanco e lamentoso Occidente c’è chi si compiace di mettere in discussione scelte, interventi e persino aspetti caratteriali del papa che sta per compiere il primo anno di pontificato, nel Continente africano i cattolici – che sono in continua crescita – si fermano ad ascoltarlo, mostrano di volerlo seguire, gli tributano applausi sinceri. Sono grati della sua vicinanza, dell’invito a non rassegnarsi al male, a vivere nella fede e a costruire la Chiesa. Lì dove si è.