
(Foto di Paolo Giandotti – Ufficio per la Stampa e la Comunicazione)
80 anni della Repubblica Italiana. Dentro di essi undici anni di Mattarella. Il presidente che l’ha fatta amare di più, diventando qualcosa di ben diverso da un semplice capo dello Stato. Non diciamo un monarca, naturalmente. Però un simbolo trasversale e apprezzato e riverito, sì. Ci furono dubbi circa la sua riconferma, nel ’22, anche perché il primo a non volersi far riconfermare era lui. Ma poi l’incapacità della politica a trovarne un successore, obbligò al bis.
Poche settimane prima ce lo augurammo, prendendo spunto dalla presenza di Mattarella a Milano per l’inaugurazione della stagione alla Scala. Vi riproponiamo quell’auspicio. Un piccolo, lontano, periferico, umilissimo omaggio al nostro Presidente.
***
Sei minuti d’applausi alla Scala, che seguono conforme ovazione al San Carlo. Milano dopo Napoli incita Mattarella al bis: deve continuare l’opera. Ecco la sinfonia politico-musicale. I saputi e gl’interessati snobbano: roba scontata, semplice/caloroso saluto al Grand’uomo in partenza. Invece no: calcoli di bottega, meschino tartufismo. A Napoli e a Milano si son saldati élite e popolo, una volta tanto: versanti sociali diversi, spirito identico. Comunitario. È la cosiddetta e aretorica gente. Non fa calcoli di parte, né lavoricchia di retrobottega elettorale, tantomeno le importa che all’assegnazione della Poltronissima seguano altre e spartitorie distribuzioni. Esprime un sentimento di gratitudine, dà segno d’apprezzamento. Vero che il presidente della Repubblica, argumentis in manibus, dice e ridice di voler sloggiare, e giù il cappello alla sincera volontà. Altrettanto vero ch’egli antepone l’amore verso le istituzioni a quello per sé stesso. Dunque: se le condizioni generali fossero tali da impetrargli un sacrificio particolare, forse vi si offrirebbe. E “forse” è un seme dubitativo messo lì giusto a rispetto del suo profilo etico: la cima più elevata d’Italia.
Il resto retrocede in second’ordine. I dubbi costituzionali (doppio mandato che rischia di rimonarchizzare il Quirinale, trascurando che viviamo un periodo di similguerra); la diminutio di potere dei leader politici (che aumenterebbe anziché diminuire, in coda al gesto di responsabile pragmatismo); l’età avanzata dell’uomo oggi deo gratias al Colle (i maggiori favoriti a subentrargli, Amato Berlusconi Prodi Cassese altri ancora, denunziano più anni di lui: ‘ndo sta la logica?). Questo “tantopoco” depone a favore della proroga, e idem della permanenza di Draghi a Chigi, posto che l’anno venturo bisognerà: 1) spender bene i soldi europei del Pnrr; 2) proseguire nella tutela sanitaria della nazione convalescente (speriamo) dal Covid; 3) consentire ai partiti, specialmente a quanti sostengono il governo di semiunità nazionale, di preparare le elezioni del 2023 -scadenza della legislatura- senza scannarsi in lotte deleterie. Volendo, ci sarà pure il tempo (4) per scomporli e ricomporli, presentando un’offerta politica nuova ai votanti. E magari una riveduta legge elettorale. Nel primo caso potrebbe nascere un Centro che non dispiace né a Letta né a Salvini, individuato come utile partner d’un futuribile esecutivo qualora si verifichi il secondo caso. Cioè il varo d’un proporzionale con sbarramento al cinque per cento.
Fantasie, chi lo sa? O magari no, chi lo esclude? Di sicuro l’eventuale rimescolamento delle carte (delle corti) passa per un punto fermo: riconfermare il capo dello Stato. Lo chiede il cuore limpido degl’italiani estranei ai torbidi di palazzo. La lirica ha ricollocato sul palco il più bravo di tutti: The Mattbest. È una nota da tener in conto altissimo, come l’acuto del miglior protagonista di scena.