“Soggetti Smarriti, mille storie cadute dall’alto” è il titolo del nuovo libro di Gianni Spartà, editore Macchione. Riproduciamo il capitolo dedicato ad Anastasi e Riva.
Se ne vanno a uno a uno i bombers dei boomers: a fine 2020 Diego Maradona e Paolo Rossi, a gennaio dello stesso anno Pietro Anastasi, nel 2024, sempre d’inverno, Gigi Riva. Nessuno di loro ha pagato dazio al Covid: non ancora vecchi, sono stati uccisi da malattie che continuano a sfoltire i ranghi dell’umanità. Per mesi s’è parlato del virus rapinatore come un campione del dribbling. Lo hanno fermato i terzini della scienza, ma dopo un’ecatombe. Anastasi viveva vicino a casa mia a Varese. Riva era nato non molto lontano, a Leggiuno, distante una ventina di chilometri. Il primo lasciò un’isola, la Sicilia, per trovare fortuna nel continente, il secondo ha fatto il cammino inverso: ripudiato in Lombardia, lo hanno proclamato re a Cagliari. Erano gemelli diversi fuori dal campo. Pietruzzu solare, voce roca ma gentile, capelli nerissimi, visto di rado con una sigaretta in bocca: la donna della sua vita la trovò a Varese, Anna. Gigi malinconico, fumatore seriale, carnagione di uno svizzero. Nati poveri entrambi, hanno regalato sogni a tutti gli italiani, riscatto ai siciliani e ai sardi. Anastasi faceva il ciabattino da ragazzo ed è finito in un in saggio di sociologia da calciatore: la Fiat assumeva manodopera meridionale nella Juventus per avere la pace sindacale a Mirafiori (Gerhard Vinnai). A 17 anni ero sugli spalti con mio padre, bianconero senza se e senza ma, quando Pietruzzu rifilò una tripletta alla squadra di Agnelli, ma il bottino finale fu più rotondo: 5 a 0. Anche Paola, che avrei sposato, era in tribuna col suo di papà che tifava Varese. Uno dei raccattapalle di quella partita si chiamava Beppe Marotta. Il destino si diverte. L’Avvocato non digerì l’oltraggio.
Anni dopo da cronista, ho ricostruito i retroscena della madre di tutte le beffe calcistiche: promesso all’Inter di Fraizzoli, Pietro andò alla Juve. Nessuno lo sapeva. Di più: una sera d’agosto del 1968 in una amichevole, il ragazzo di Catania era sul terreno di gioco in maglia nerazzurra tra gli osanna dei tifosi di Milano. Però era già stato ceduto a Torino con un contratto creativo, si direbbe oggi. Prezzo del centravanti insolente per aver umiliato la Signora, seicentosessanta milioni di lire, metà pagati cash, l’altra metà con una fornitura di termostati di produzione Fiat alla Ignis di Giovanni Borghi, patron del Varese calcio…. Anastasi odiava la canzone Messico e nuvole cantata da Jannacci. La odiava perché ai mondiali del Messico non poté andarci a causa di un infortunio. Non un calcio negli stinchi dello stopper di turno, non uno stiramento, ma lo scherzo cretino di un massaggiatore alla vigilia della partenza. «Sai quelle cose che si fanno da giovani per dare fastidio, provocare? Ecco, in un momento di quelli mi arrivò una gran botta proprio lì sotto», spiegava Pietruzzu. «Sembrava una cosa da niente, abbiamo continuato a prenderci in giro. Poi, la notte, mi sentii male. Furino, che dormiva nella mia stanza, capì che era qualcosa di grave. Torsione di un testicolo. Il giorno dovettero operarmi e saltai il mondiale del 1970». Tesserato della Massiminiana, formazione minore del Catania, negli anni del miracolo economico a Milano, non al Sud che si svuotava di braccia e teste richiamate dalle catene di montaggio. Questo era Anastasi quando lo scoprì per caso Alfredo Casati, allora manager del Varese: aveva ceduto il suo posto in aereo a una donna incinta …. Anastasi ha avuto una vita fortunata e una morte crudele. L’ha battuto ai rigori la Sla…Riposa in un loculo nel piccolo cimitero di Masnago, Castellanza di Varese. Nome, cognome, due date 1948-2020, quattro rose in un vaso. L’ultima lezione di umiltà.