
Smentite le preoccupazioni della vigilia, l’Ottantesimo della Liberazione, festa del 25 aprile, a Varese è filato liscio. Non vi sono state provocazioni e tensioni di gruppuscoli neofascisti come lo scorso anno e qui nemmeno l’inusuale invito del ministro Musumeci alla “sobrietà” nelle celebrazioni non ha dato adito a quelle prese di posizioni di sindaci che, nella vicina Brianza, hanno portato a divieti di sfilate o bande in una ventina di Comuni. Nel Varesotto, qualche sporadico distinguo in quale comune, ma nessun testa a testa sostanziale. Nel capoluogo, un afflusso anche superiore a quello già rilevante dello scorso anno ha caratterizzato il corteo per le vie cittadine fino alla conclusione in una gremita sala comunale, con partecipanti costretti fuori nei giardini.
Qui la banda musicale ha suonato per tutta la durata del corteo Bella Ciao, cantata anche nei momenti topici, e se la Regione Lombardia a Milano è stata tacciata di non aver organizzato manifestazioni ufficiali, a Varese dove è di casa e dove è stato sindaco per dieci anni, il presidente Attilio Fontana, un leghista moderato e con il senso delle istituzioni, è stato esplicito nel richiamare, “il significato e i valori di libertà” del 25 aprile. Lo scorso anno era stato uno scambio di apprezzamenti tra Fontana (“caro Rocco…”) e il presidente dell’Anpi cittadina Cordì, uno degli storici esponenti della sinistra locale e il clima di collaborazione, che ha coinvolto tutte le istituzioni nella preparazione del programma, che si è svolto per diversi giorni con una serie di eventi, si é confermato pienamente.

Se si voleva un elemento di novità, occorreva cercarlo in un’altra direzione. Il governo parlava di “sobrietà”? Ebbene quella è, cromaticamente e non solo, venuta dal “rosso e il nero”. Non nel senso della contrapposizione (che non c’è stata) comunisti-fascisti e nemmeno in quello del titolo del romanzo di Stendhal. Piuttosto era il colore dell’abito talare delle occasioni istituzionali – nero con fascia e bottoni rosso paonazzo – spuntato nel corteo, e che proprio non poteva passare inosservato, di monsignor Gabriele Gioia, in genere abbonato al clergyman. A Varese (proveniente da Lecco dov’era rettore del Collegio arcivescovile Volta) da pochi mesi, il prevosto è stato elemento di novità, perché se le autorità ecclesiastiche nei momenti ufficiali delle sale istituzionali sono da anni consuetudine, la sfilata insieme al “popolo del 25 aprile” lo era un po’ meno. Fino a che il capitano dei Carabinieri, riconosciuto il prevosto ormai già nel tratto finale del corteo verso Palazzo Estense, è intervenuto con cortesia (“Monsignore: è qui nel mezzo per scelta sua?”) invitandolo a raggiungere la testa del folto gruppo. Una scelta chiara di essere visibile e quindi testimone, come avrebbe poi confermato al cronista, senza la ricerca di un palcoscenico (“vado dove mi dicono…”). Una presenza, accanto poi a quella del vicario episcopale don Franco Gallivanone, che è stata rimarcata dallo stesso Cordì, che ha ricambiato con un richiamo “ai valori di Francesco, ai suoi richiami alla pace”.
“La presenza non preannunciata ma apprezzata nel corteo del prevosto e quella anche del Questore sono state tra le novità di questa edizione di un 25 aprile che, come già in passato, ha visto un ampio programma di incontri e momenti di riflessione per oltre una settimana, con un continuo e positivo confronto con tutte le istituzioni”, ha detto Cordì a RMFonline.

Aprendo l’incontro a Palazzo Estense, Cordì non mancato la stoccata a chi è sembrato meno sensibile al significato della Resistenza (“a chi ci chiede la sobrietà, chiediamo noi di essere sobrio nei comportamenti”) ed è altresì suonato il richiamo a isolare “quei gruppuscoli, poco numerosi ma rumorosi, di neofascisti che in provincia assumono atteggiamenti intollerabili, fino a volersi erigere tutori dell’ordine al posto delle autorità costituite”. Più tardi, a RMFonline, il presidente dell’Anpi ha voluto commentare il significato di una così vasta partecipazione: “Unico rammarico è stata la non disponibilità di una sala più grande: forse anche le polemiche degli ultimi giorni hanno contribuito ad accrescere la sensibilità verso il significato di questa ricorrenza. Anche la volontà di contrastare una certa deriva internazionale – tra rumori di guerra, isolazionismo e nazionalismo – ha portato la gente a scendere più numerosa per le strade e ad affollare i momenti del confronto”.
Perché celebrare il 25 aprile a 80 anni di distanza è stato il tema del seguitissimo intervento di Antonio Orecchia, professore di Storia Contemporanea all’Insubria. “Doverosi compassione e rispetto per tutti coloro che hanno combattuto la loro guerra in buona fede – ha ammonito citando Umberto Eco – ma questo non vuol dire dimenticare chi stava dalla parte giusta o dalla parte sbagliata, anche perché il contributo di decine di migliaia di partigiani caduti è valso, accanto al ruolo delle truppe alleate, non solo la riconquista della libertà, ma anche alla rinascita della dignità nel riconoscimento internazionale”.
Dalla Resistenza, ha ricordato Orecchia, “emerse una nuova classe dirigente capace di costruire un’Italia libera e democratica e scrivere una Costituzione della quale beneficiarono anche gli sconfitti, coloro che avevano difeso la dittatura. Anche chi critica il 25 aprile esercita quel diritto di parola e al dissenso che gli sono garantiti proprio perché ha vinto la Resistenza”.