Continua a soffiare il vento sulla montagna.
Un vento particolare: caldo di nostalgia, freddo del qui e ora, forte nel suo non arrendersi, sferzante nel mostrare una realtà per quello che è: una vergogna.
La montagna è quella che domina Varese e il vento è quello che spinge al recupero e alla ristrutturazione del Grand Hotel Campo dei Fiori, la struttura ricettiva fiore all’occhiello del Liberty nostrano, chiusa nel 1968, poi abbandonata, quindi diventata un cimitero di antenne sul tetto che la ricopre, infine rilevata da una nuova proprietà che però non ha ancora spezzato l’inerzia che l’attanaglia.
Settimana scorsa, su queste “colonne”, abbiamo ospitato il lancio – promosso, spiegato, integrato con competenza e cognizione in un quadro storico adeguato dal giornalista varesino Flavio Vanetti – di una petizione popolare che punta a raccogliere firme di cittadini che chiedono la riapertura dell’albergo.
Questa settimana un’altra nuova: a dare voce al gioiello addormentato è un podcast, un cimento giornalistico e narrativo realizzato da due varesini, Matteo Ramelli, autore radiofonico e project manager per il Sole 24 Ore, e Giacomo Mastrorosa, avvocato varesino. Due amici con una comune passione per la montagna e per la “Montagna”, intesa la seconda come il Campo dei Fiori, cui affezionati hanno dedicato numerose e riflessive passeggiate.
Durante una di queste – come spiegato in un’intervista rilasciata a VareseNews – l’idea: perché non creare – raccontandone la storia nei minimi dettagli – «una maggiore consapevolezza sullo stato del prestigioso edificio, disabitato da diversi decenni»? Dal pensiero all’azione: undici puntate di lunghezza variabile pubblicate su Spotify il cui spettro narrativo parte dall’inizio del secolo scorso – epoca in cui la struttura prese forma – e arriva ai giorni nostri, toccando (senza saltare alcuna fermata) la grandeur che fece del Grand Hotel un crocevia del turismo europeo, l’importanza della funicolare che lo serviva, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la fine di un’era, la nuova funzione di raccoglitore di “onde” e le ultime vicissitudini, proprietarie e legali.
È il Grand Hotel stesso che si racconta, in prima persona. in un espediente narrativo suggestivo che restituisce parola a quei muri ancora intatti, a quelle stanze ancora sfarzose nonostante siano state depredate dei loro pregiati arredi, all’eco di giorni mitici che resero grande Varese. Ed è il Gran Hotel stesso che suggerisce una via di rinascita, sconfessando quello che da tutti viene considerato uno dei problemi principali se non “il problema principale”: sì, le antenne si possono togliere.
Continua a soffiare il vento sulla montagna. Si aggrappa a tutto, consapevole che silenzio, disinteresse, tempo che trascorre e soprattutto abitudine non saranno in grado di cambiare mai nulla.