Purtroppo la gran parte degli italiani ha apprezzato quest’anno la data del 25 aprile soprattutto perché, cadendo di venerdì, permetteva un fantastico ponte “agganciato” a quello del primo maggio. D’altronde un sondaggio su un campione di studenti medi conferma che ben oltre i tre quarti di loro – quando pur hanno vagamente sentito parlare della ricorrenza – non ne sono minimamente interessati.
È triste – ed anche inquietante – che siano però dati per scontati i principi di libertà che furono alla base di chi si schierò contro il fascismo e sarebbe utile che ci si chiedesse il perché del progressivo, evidente disinteresse della pubblica opinione.
Credo che una risposta venga dal fatto che pluralismo, democrazia e libertà siano ormai concetti acquisiti e di tutti, mentre gli anni allontanano il ricordo di chi personalmente si impegnò e lottò per questi ideali.
Un secondo motivo – però – è che si è progressivamente creato il culto della memoria, delle celebrazioni, della retorica, del non voler capire da una parte che l’Italia del 1945 era profondamente divisa e così rimase anche dopo, soprattutto perché l’epopea della Resistenza fu monopolizzata dal Pci che ne fece sua ragione di bandiera. Nonostante migliaia di libri, dibattiti, discorsi e ricostruzioni ufficiali il tutto si riduce così oggi a polemiche sul più o meno tasso di antifascismo nel governo e sul dna politico della Meloni.
Una grande occasione storica sprecata perché non si tratta assolutamente di mettere sullo stesso piano buoni e cattivi, vincitori e vinti, ma di dover ammettere che non si è ancora fatta una ricostruzione storica accurata ed obiettiva (per quanto possibile) sul prima ma anche sul dopo il 25 aprile cercando di capire anche le motivazioni – pur sbagliate – dei vinti e trasformando così questa data in un’occasione non solo di riconciliazione ma soprattutto di base comune, pietra fondamentale della successiva nostra Repubblica.
Ora che i protagonisti sono quasi tutti scomparsi, che siamo alla terza e quarta generazione di chi nacque dopo quei fatti non ci rendiamo conto di come non sia più possibile festeggiare il 25 Aprile come se fossero avvenimenti di pochi anni fa.
Siamo l’unico stato europeo che ricorda ancora così la Seconda guerra mondiale, immobili nelle ricostruzioni forse perché è più semplice esternare, proclamare, allinearsi.
D’altronde ho sempre avuto un dubbio – vedendo le immagini in bianco e nero dei partigiani entrare festeggiati nelle città in quel lontano mese di aprile – su quanti di loro (oltre che soprattutto tra chi li applaudiva) fossero gli stessi che meno di cinque anni prima inneggiavano al Duce, alla guerra, agli immancabili destini, convertiti della 23a ora perché è sempre meglio schierarsi con il vento che tira.
Visto che la storia la scrivono sempre i vincitori ma che in mezzo c’era e c’è l’Italia, mentre i fatti e i personaggi si allontanano ormai persi nella nebbia del passato, penso che certe divisioni abbiano comunque perso di senso, come la retorica di chi non ha il coraggio di ammetterlo.