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SCOMMETTIAMO CHE

SERGIO REDAELLI - 02/05/2025

Si scommette sull’elezione del prossimo papa. I bookmaker inglesi accettano le puntate sull’identità del successore di Francesco (il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, dato a 2,50, è il grande favorito anche per l’algoritmo ChatGpt) e si gioca anche sul nome che il prossimo inquilino di San Pietro – o di Santa Marta? – sceglierà per svolgere l’apostolato petrino: Francesco II, nel segno della continuità, è quotato a 2,50 e stacca di gran lunga quel Giovanni XXIV su cui Bergoglio scherzava con i giornalisti, rivelando che era la sua seconda scelta dopo Francesco. Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, è al momento in cui scriviamo il terzo nome a 7 contro 1. La scelta di un candidato nero è pagata 9 contro 1 e i giocatori più accaniti puntano perfino sul numero delle fumate nere che precederanno quella bianca.

Il sacro azzardo non stupisce più di tanto. Nei secoli passati puntare soldi sulle probabilità dei candidati di salire al soglio era la norma anche dentro la Cappella Sistina, così come re e imperatori provavano dall’esterno a indirizzare la scelta. Il gioco nello Stato pontificio, del resto, è una pratica antica. Secondo lo storico Ludwig Von Pastor, nel ‘500 il papa Giulio III al secolo Giovanni Maria Ciocchi del Monte “giocava grosse poste a primiera e ai dadi” e nella tranquilla residenza di Villa Giulia invitava spesso a sedersi al tavolo Michelangelo Buonarroti. Pur osteggiato per ragioni morali, il Lotto era da taluni papi consentito anche per raccogliere abbondanti elemosine con cui soccorrere i poveri, che è una delle missioni della Chiesa.

Le cronache dell’epoca danno notizia che la mattina del 17 settembre 1703, sotto il regno di Clemente XI, si cominciò “a cavare il lotto sotto il portico del cortile del Palazzo Pamphili a Piazza Navona”. Su Er gioco del Lotto verseggiava nel 1830 Gioachino Belli che, naturalmente, non risparmiava le critiche ai ricchi privilegi vaticani: “Er Papa è dritto, er Papa è stato frate: / dunque si spenne in viaggi, a pranzi e a cene, / è segno che le cose vanno bene, / e ch’ar Monte ce fioccheno l’entrate…”. Nell’800, infine, prosperavano a Roma le botteghe, gli spacci e le fabbriche di carte da gioco (l’atto di nascita della gabella sul bollo e la fabbricazione delle carte da gioco nello Stato pontificio risale alla gestione cinquecentesca di Sisto V).

Torniamo a oggi. Se nessuno rischierebbe un euro sull’ipotesi che il prossimo papa osi assumere il nome di Pietro – come invece Francesco ha coraggiosamente fatto con il santo di Assisi – sui giornali si intrecciano i pronostici, le valutazioni e i ragionamenti su chi, a rigore di logica, dovrebbe apparire nella loggia delle benedizioni dopo la tradizionale sosta nella stanza delle lacrime (dove il neoeletto prende coscienza delle responsabilità che lo attendono). C’è chi afferma che indietro non si torna dopo le riforme amministrative e’ anticlericali di Francesco; chi auspica l’elezione di un pacificatore capace di svolgere un ruolo di compromesso tra bergogliani e ratzingeriani; chi vede una chance per il ritorno di un italiano dopo 47 anni di pontefici stranieri (l’ultimo fu Albino Luciani eletto nel 1978).

Sfornano cifre i sondaggisti che, di norma, si mobilitano in queste occasioni. Secondo la rilevazione statistica basata su dichiarazioni anonime e commenti a caldo svolta il 23 aprile da Euromedia Research e pubblicata il 27 aprile sulla Stampa, sei italiani su dieci vorrebbero un nuovo Francesco; un vicario, insomma, che continui l’opera di pulizia faticosamente intrapresa dall’ex arcivescovo di Buenos Aires, primo pontefice non europeo da secoli, che ha fatto emergere gli scandali, la pedofilia e la mala gestione delle finanze nella Santa Sede. Il sondaggio rivela che l’esempio di Jorge Mario Bergoglio ha l’apprezzamento di più della metà del campione (56,1%), laici e cattolici che siano, credenti e no.

La folla relegata al funerale oltre le transenne in piazza San Pietro, lontano dal collegio cardinalizio e dai potenti della Terra schierati ai lati della bara (Francesco avrebbe approvato?), non ha gridato “santo subito” come era accaduto nel 2005 alle esequie di Giovanni Paolo II. Ma il cardinale Stanislaw Dziwisz, arcivescovo emerito di Cracovia e per trentanove anni segretario particolare proprio di Karol Wojtyla prima in Polonia e poi in Vaticano, si dice certo che “papa Francesco è già nelle mani del Signore ed è quindi santo”. Un profondo legame univa i due pontefici così amati dal popolo: fu proprio Francesco, il 27 aprile 2014, a canonizzare Giovanni Paolo II che gli aveva concesso la porpora il 21 febbraio 2001 e con il quale aveva un ottimo rapporto. È un segno del destino?