
L’Europa ha attraversato un’ondata di caldo senza precedenti: temperature oltre i 40 gradi in diverse aree del continente, grandi difficoltà per infrastrutture e servizi sanitari, migliaia di vittime. Non si tratta di “sfortuna” o di un evento naturale inevitabile, ma dell’esito prevedibile di decenni di dipendenza dai combustibili fossili e di scelte economiche orientate al profitto.
Il picco registrato verso fine giugno potrebbe aver provocato circa 12.000 decessi in eccesso in tutta Europa, e i dati ufficiali ne contano già oltre 10.000 nella sola settimana dal 22 al 28 giugno. Uno studio dell’Economist, basato su 854 città, mostra come il cambiamento climatico abbia reso l’evento molto più letale di quanto non sarebbe stato in assenza di riscaldamento globale antropico. Nei paesi del Nord, spesso meno preparati al caldo, le temperature oltre i 30 gradi diventano un rischio ancora più serio. A pagare di più sono anziani e persone in condizioni di povertà, cioè chi ha meno possibilità di proteggersi.
La gravità -come documenta un’analisi apparsa su CounterPunch, Ndr- non riguarda solo la dimensione atmosferica. Gli oceani, infatti, vengono descritti come un altro indicatore di un processo ormai fuori controllo: nel giugno 2026 le temperature globali della superficie del mare hanno raggiunto un nuovo record per quel periodo dell’anno (21,0 gradi il 21 giugno, secondo il Copernicus Marine Service).
I grandi produttori di combustibili fossili (da ExxonMobil a Shell, BP, Chevron, fino all’italiana ENI) avrebbero saputo da tempo che i propri prodotti aumentano la temperatura del pianeta, pur continuando a estrarre, perforare, espandersi e guadagnare. Il capitale fossile non riscalda soltanto il pianeta, ma alimenta guerre e occupazioni, che a loro volta accelerano il collasso ecologico.
Le guerre in corso (Gaza, Sudan, Ucraina, Iran e altre) rilascerebbero quantità enormi di CO₂ attraverso mezzi bellici e attività connesse anche alla ricostruzione, aggravando la crisi climatica. Ogni missile, ogni drone e ogni città in macerie non rappresentano soltanto tragedie immediate, ma accelerano esattamente quel riscaldamento che rende le ondate di calore più letali.
Ci sono anche i “nuovi sacerdoti” dell’era digitale: i data center che alimentano l’intelligenza artificiale. Nel 2024 questi centri avrebbero consumato circa 415 TWh a livello globale. In Europa la domanda aumenterebbe rapidamente: un grande centro di addestramento per l’IA consumerebbe tanta energia quanto decine di migliaia di famiglie e il calore rilasciato contribuirebbe anche a innalzare le temperature locali del suolo.
La base scientifica della preoccupazione – riscaldamento incontrollabile e possibili punti di non ritorno – risulterebbe sempre più confermata da dati mainstream e dalle esperienze toccate con mano dalla gente comune. L’accusa agli scettici riguarda soprattutto la distanza tra promesse di stabilizzazione e riscontro empirico: temperature record, ghiacci in calo, innalzamento dei mari. Lo scetticismo non sarebbe scienza ma difesa ideologica di un sistema di profitti ormai in difficoltà.
L’Europa si presenta come pericolosamente impreparata. Molte città non avrebbero adeguate infrastrutture di raffreddamento; i piani contro il caldo sarebbero insufficienti; le popolazioni vulnerabili verrebbero lasciate sole. In parallelo, governi e istituzioni danno priorità a profitti e bilanci militari, anziché alla sopravvivenza umana.
Insomma: la crisi non è nel “futuro”, è già presente. Lo stop al greenwashing è necessario, così come lo smantellamento dell’economia dei combustibili fossili, la fine delle guerre che la sostengono e un riorientamento radicale verso una giustizia reale per persone e pianeta. Se non si cambierà rapidamente, la situazione può peggiorare fino a diventare insostenibile. Considerando la posta in gioco, non esiste più spazio per mezze misure: la lotta per l’esistenza umana richiede decisioni immediate, coordinate e finalmente orientate alla priorità della vita.
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