
C’era urgenza? L’obiettivo resta l’integrazione? Le domande possono sembrare retoriche. All’indomani dell’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto sul cosiddetto “tetto agli stranieri in classe” – annunciato come tale e poi ricondotto, dopo le parole di Sergio Mattarella ad Amatrice e le interlocuzioni tra Quirinale e ministero, a un limite per gli alunni che non conoscono adeguatamente l’italiano – le risposte di Rossella Dimaggio, assessora ai Servizi educativi del Comune di Varese, non sono solo quelle della politica (Dimaggio è del Pd). Sono anche e soprattutto quelle dell’addetta ai lavori, che ha passato una vita nella scuola, come insegnante e come funzionaria dell’Ufficio scolastico provinciale, il vecchio Provveditorato. Una che conosce tutte le sfaccettature, insomma.
Al momento in cui scriviamo il decreto legge non ha ancora passato il vaglio del Quirinale, ma i contorni sono noti. Il limite del 30% varrà dall’anno scolastico 2027/28 e soltanto per le classi prime di elementari, medie e superiori; le classi già formate non sono toccate. Alla primaria non entrano nel conteggio i nati in Italia e chi ha frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; alle medie e alle superiori, chi ha frequentato con esito positivo almeno tre anni di scuola italiana. Secondo una stima del Laboratorio di Politica sociale del Politecnico di Milano, nella tagliola cadrebbero circa 150 classi in tutta Italia e meno di 300 alunni.
La prima reazione?
Inutile negarlo, prima da insegnante che da assessora, mi sono detta: “È ripugnante giocare sul corpo delle bambine e dei bambini per semplice calcolo elettorale. Non volevo crederci”.
Giudizio impietoso…
Lo so, non è una novità il ricorso alla decretazione, ma siamo tra il ridicolo e il vergognoso. La norma costituzionale prevede che un decreto legge sia adottato per motivi di urgenza e necessità. È crollata una scuola? C’è stata un’alluvione? Si va a dichiarare l’urgenza quando l’anno scolastico è cominciato da meno di un mese e i provvedimenti varranno per le classi del prossimo anno? E dove sta la necessità? Più che alunni “stranieri” vedo alunni che per la normativa sono semplicemente “non cittadini italiani”, perché anche se nati qui non possono ancora esserlo. Più i moltissimi altri che, per scuola frequentata o conoscenza della lingua, non sono nemmeno interessati dal provvedimento.
Avete stime di quanti potranno essere gli interessati a Varese?
Dai 3 ai 14 anni, nel 2025 c’erano 6000 alunni. Di questi, quattro quinti erano italiani e un quinto, per la precisione il 20,6%, “non italiani”. È vero che togliendo quelli nati qui, quindi gli alunni di seconda generazione o che comunque parlano l’italiano, i numeri calano moltissimo. Non ci nascondiamo il problema, perché le medie statistiche valgono quel che valgono. Gli immigrati tendono a concentrarsi maggiormente in alcuni quartieri, dove le case costano meno, o ci sono comunità di connazionali o scuole con una certa tradizione e competenze sviluppate negli anni, per esempio di glottodidattica e insegnamento dell’italiano per stranieri. Così la situazione nei vari istituti oscilla tra il 2,5 e il 43% di “non italiani” che, ripeto, non sono necessariamente quelli che non conoscono la lingua. E naturalmente il numero è più alto nelle primarie, le vecchie “elementari”.
Che cosa fa il Comune?
Ricordo che il Comune è responsabile per l’edilizia scolastica nelle primarie e secondarie di primo grado (elementari e medie) e poi abbiamo servizi che eroghiamo a sostegno di alunni e famiglie. Da anni un valido sostegno è dato dal centro NAI, i Nuovi Arrivati in Italia, che ha sede presso la scuola Parini a Giubiano. L’attività è svolta da 2-3 educatrici messe a disposizione dal Comune, più una, in comune, dei cinque istituti comprensivi. Personale con le competenze, che dialoga con le scuole e mira a portare l’alunno in classe appena pervenuto a un livello di conoscenza “relazionale”. Più in generale mi sento di dire che poi, oggi, l’insegnamento è quanto mai personalizzato, con tanti bisogni.
Quanti alunni e per quanto tempo?
In media una cinquantina l’anno. Sono le scuole a fare la segnalazione dei casi che meritano questo inserimento che, in genere, grazie anche alla giovane età, si esaurisce in due-tre mesi.
E le famiglie? Il decreto prevede un loro coinvolgimento, anche con eventuali multe…
Buio assoluto. C’è, collegata alle scuole, la Scuola delle mamme, che opera con convenzioni con cooperative ed enti e a cui il Comune contribuisce. E poi ci sono i CPIA (vedi qui: INSERIRE QUI LINK), i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, con più sedi in provincia, che hanno al loro interno corsi di italiano per stranieri. Sono statali; gli stanziamenti di cui si parla sono molto limitati. E poi bisogna che gli utenti siano in grado di andarci, perché non sono esattamente dietro l’angolo.
Quali sono le prospettive? Gli alunni non italofoni dove andranno? E se le classi si contraggono, non c’è il rischio che spariscano?
Un rischio reale, del resto avviene già ora. E poi, come si sposteranno questi alunni definiti “extra quota”? In che scuole, chi ce li porterà e come, a spese di chi? Un principio va salvaguardato: l’istruzione è un diritto per tutti. Anzi, un dovere. Per i Comuni, che, almeno nel caso di Varese, un esempio in Lombardia, hanno svolto un ruolo importante sin qui, né fondi né considerazione.
A proposito: che cosa dice del divieto di burqa e niqab, poi derubricato a “niente volto coperto”? Sembra buon senso.
Per carità, occorre tutelare la dignità di bambine e ragazze. Ma le dirò, parlando da insegnante: in 40 anni di scuola non ne ho mai vista una. Ma le dirò un’altra cosa, anche da “vecchia” femminista: se dovessi vederne una, non la lascerei fuori della classe, pur non smettendo di fare opera di persuasione sulla famiglia. Perché temo che l’alternativa sia quella, dall’indomani, di non vederla più in classe. La priorità restano loro, gli alunni e le alunne.