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UN CHE DI CICORIA

GIOIA GENTILE - 02/10/2026

“Odore di cicoria. Mi sa che pioverà”. Erano gli anni Cinquanta e mia mamma mi spiegava che durante la guerra il caffè, difficile da trovare, era sostituito dalla cicoria, il cui odore – era azzardato definirlo aroma – nelle giornate grigie d’autunno aleggiava per le vie della città, nei pressi di una torrefazione, preannunciando cattivo tempo. L’altro ieri ero proprio nello stesso punto di tanti anni fa, tra le vie Foscolo e Avegno, quando quell’odore mi ha riportato alla mente le parole di mia madre.

Le sensazioni olfattive sono potenti, ti ripropongono situazioni ed emozioni con la stessa intensità del presente e quel giorno, in particolare, sono rimasta per un momento sospesa tra la dolcezza del ricordo e la malinconia dell’autunno. Alla fine ha prevalso la seconda, perché – so che molti non apprezzeranno ciò che sto per dire – io amo l’estate e l’autunno non riesco proprio a farmelo piacere.

Dell’estate amo i crepuscoli lunghi, le mattine luminose, e la sensazione che la vita sia più ricca di possibilità; cambia anche il mio ritmo circadiano e riesco a svegliarmi molto prima del solito, come se il corpo sapesse che il sole è già sorto ed è ora di muoversi. Amo la luce dell’estate, anche quella impietosa del mezzogiorno, l’opulenza delle piante che si stagliano verdi sul cielo blu, a testimoniare la vitalità della natura. Benché il caldo di questi ultimi anni mi abbia impedito di godere al meglio della stagione, l’ho apprezzata anche da dietro i vetri di una stanza.

Dell’autunno amo i colori, i gialli, gli arancio, i bruni delle foglie prima che si stacchino dal ramo; e il profumo dell’olea fragrans. Però il tempo dovrebbe essere sempre soleggiato e mite, perché alla prima giornata di pioggia, colori e profumi svaniscono. Tutt’al più persiste ad aleggiare l’odore di cicoria. Forse, se l’autunno non preludesse all’inverno, potrei apprezzarlo, ma me lo impedisce quel senso di disfacimento e di morte che porta con sé: il buio precoce e lungo, il giorno dei defunti, il rigore del periodo che seguirà…

Se potessi riordinare le stagioni, farei durare l’estate sette mesi. Lascerei tre mesi alla primavera, purché piovesse solo di notte e leggermente; destinerei un mese soltanto all’autunno, e all’inverno concederei dicembre, giusto per non far perdere ai bambini la magia del Natale – e agli adulti qualche riflessione sul valore della vita.

Sì, lo so. Mi sembra già di sentirle, le critiche. Ma è un sogno. E lasciatemi divertire! – come avrebbe detto Palazzeschi.