
Domenica scorsa, la Domenica delle Palme, durante la celebrazione della Messa in piazza San Pietro, Papa Leone ha dedicato la sua omelia al bisogno di pace che il mondo avverte sempre di più.
Il crudo Vangelo di Matteo, che non risparmia nulla delle sofferenze inflitte a Gesù, ne ha raccontato, anche per chi assiste in video, il sommario e falso processo: la condanna del popolo assetato di vendetta, l’ambiguità di Ponzio Pilato che se ne lava le mani, la grandezza del figlio di Dio, portatore di concordia. Che accetta sacrificio, disprezzo della folla e sofferenza sino alla croce.
Il Santo Padre appare molto commosso, compreso nel doloroso cammino verso il Golgota del Messia. Al termine della celebrazione si carica a sua volta della pesante croce assegnatagli dal ruolo pontificale. La osserva con occhi lucidi mentre si accinge a raggiungere il tribolato gregge umano che lo attende nella piazza di universale lavacro. E che in quel momento, più che mai, gli rappresenta l’intero mondo di oggi afflitto da persecuzione e morte. Quasi siano queste a vincere sulla storia e sulla fede. “I bambini di Gaza non si possono lasciare a sé stessi” si raccomanda prima di avviarsi.
In realtà sono appena state impedite dalle autorità israeliane anche le visite del Cardinal Pizzaballa e le celebrazioni al Santo Sepolcro.
Non è solo la guerra a far pensare ai più deboli e ai minori nella Domenica delle Palme. Una giornalista chiede in diretta a una religiosa peruviana, che è una insegnante, quale ruolo abbiano oggi gli insegnanti e la risposta non lascia dubbi: i bambini e i giovani vorrebbero essere accolti e non giudicati.
Un ragazzo ha del resto sottolineato al microfono, a sua volta, come i giovani si sentano ‘esclusi dalla bolla del mondo’. Purtroppo legati tra loro, aggiungiamo noi, da una comunicazione spesso superficiale, se non addirittura falsa e fuorviante. Talvolta può spingere al peggio. Il caso del ragazzo di tredici anni, che per fortuna ha solo ferito, e non ucciso, la professoressa contro la quale si era scagliato brandendo il coltello con chiari intenti, rappresenta solo l’ultimo episodio di totale disagio nel rapporto docente-allievo. Lo smartphone, se da una parte aiuta il rapporto tra scuola, allievi e famiglia, insidia però, facendosi spesso inutilmente invadente e incombente, in modo ansiogeno, autoritario e impositivo.
Non sarebbe meglio comunicare il più possibile guardandosi negli occhi? La verità -che si rivela nella serenità di rapporto o al contrario nell’amarezza dell’incomprensione dell’essere inascoltati o addirittura presi di mira e dileggiati con leggerezza- sta, e va sempre cercata dalla famiglia e da chi insegna, nello sguardo dei nostri ragazzi. Dobbiamo imparare a guardarli negli occhi: dobbiamo tenere presente che loro osservano e cercano noi. I nostri sorrisi di sufficienza, come la nostra distrazione, non devono far muro e ombra al loro desiderio di confronto e di ascolto.
“Deponete le armi. Siamo fratelli” ha ripetuto papa Leone. E questo vale per ogni tipo di arma. Anche le parole sbagliate possono rappresentare un incitamento all’odio, al rancore. Ne è un esempio uno degli uomini oggi più potenti al mondo, che fa e disfa, come se niente fosse, anche nel suo dire incoerente. Che dileggia, lo ha fatto spesso e in circostanze di assoluta difficoltà, chi gli si rivolge: persino quanti soffrono o stanno lottando per difendere la propria libertà.
A volte, e il suo è di questi tempi il caso più rappresentativo, uccidono più le parole che le armi stesse. Quanto si può dire poi, per ‘medicare’, per scagionarsi, per cambiare le carte in tavola, poco importa.
Ci vuole coraggio per aiutare il mondo a progredire, ci vuole coraggio per amare. Lo sapevano anche quella sera in cui Gesù di Nazareth fu catturato, tradito, vilipeso, e falsamente accusato. Anche allora, tra il sibilo del flagello, e il lavacro insulso di Pilato, volarono parole non veritiere: e furono queste a decidere della sorte di un uomo. Che aveva da sempre insegnato l’amore.