L'intervista

FIDIAMOCI DELLE IMMAGINI VERE

PIETRO CARLETTI - 03/04/2026

Manuel Bauer, nato a Zurigo nel 1966, è un fotografo e fotoreporter svizzero di fama internazionale, noto per il suo lungo lavoro dedicato al Tibet e alla diaspora tibetana. Dopo la formazione presso Thomas Cugini a Zurigo, ha ottenuto nel 1995 un riconoscimento internazionale con il progetto Flucht aus Tibet, per il quale ha ricevuto, tra gli altri, il premio World Press Photo Award e il premio Picture of the Year (USA). Dal 1990 accompagna regolarmente il Dalai Lama e ha instaurato con lui un rapporto personale di fiducia che gli permette di documentare non solo eventi ufficiali, ma anche i suoi momenti privati e quotidiani. Da questa vicinanza è nato un archivio fotografico unico, capace di raccontare la dimensione umana del Dalai Lama e la vita della comunità tibetana in esilio. Per dieci anni ha inoltre contribuito alla ricostruzione del villaggio di Sam Dzong, nel Mustang, minacciato dagli effetti del cambiamento climatico.

Quale contributo decisivo offre oggi il fotogiornalismo alla difesa della democrazia?

Il fotogiornalismo è una testimonianza della realtà e della verità – ed è proprio qui che risiede la sua responsabilità. Oggi, però, è sottoposto a una pressione enorme: i budget delle redazioni si riducono drasticamente, le risorse si spostano verso Internet e i social media, e il giornalismo di qualità è sempre più privo di adeguati finanziamenti. Nonostante ciò, la fotografia mantiene un impatto straordinario. Trasmette la realtà, può suscitare emozioni e influenzare l’opinione pubblica. E soprattutto: la fotografia è uno dei mezzi più efficaci per generare empatia e spingere le persone ad agire in favore degli altri. La copertura fotografica della Seconda guerra mondiale o della guerra del Vietnam ne è un esempio emblematico: solo quando l’opinione pubblica americana vide le conseguenze del conflitto – il dolore delle vedove, gli orfani, le vittime civili su entrambi i fronti e i soldati americani caduti – cambiò la percezione collettiva, contribuendo alla fine della guerra. Anch’io ho avuto il privilegio di vedere come i miei progetti fotografici possano produrre un effetto concreto. Un esempio è la ricostruzione del villaggio himalayano di Sam Dzong, minacciato dal cambiamento climatico. Per me, fotografare in modo responsabile significa oggi usare consapevolmente questo potere: documentare in modo veritiero, onesto, preciso ed empatico – sempre con l’obiettivo di rendere visibili le ingiustizie o mostrare sviluppi positivi e, quando possibile, contribuire anche solo in minima parte a un mondo più giusto. È importante per me che questo potenziale continui a essere valorizzato. Ed è per questo che ho fondato TruePicture.

In un’epoca di immagini manipolate e flussi informativi rapidissimi, come può il fotogiornalismo preservare credibilità e profondità?

La responsabilità ricade su noi autori e sulle redazioni. Si tratta di una catena di fiducia. Noi giornalisti dobbiamo rimanere fedeli alla nostra etica professionale. Le redazioni devono collaborare con professionisti seri, verificare i contenuti e svolgere un accurato fact-checking. Tutto questo richiede risorse. Solo così possiamo mantenere la fiducia del pubblico nella credibilità dei media. Nell’era dei social media, dei deepfake e delle fake news, la veridicità delle immagini è sotto attacco. Proprio qui risiede il compito centrale del fotografo: rimanere fedele alla realtà e rispettare i principi etici della nostra professione. La forza della fotografia è un pilastro fondamentale della formazione dell’opinione e della democrazia – se smettiamo di fidarci delle immagini, perdiamo un elemento essenziale del discorso pubblico. A TruePicture incontro giovani fotografi e fotografe che sono pienamente consapevoli di questa urgenza e si impegnano per questi valori. Con i piccoli compensi che ricevono riescono a malapena a sostenersi, eppure affrontano rischi e difficoltà enormi, convinti che fotografie veritiere siano importanti e possano avere un grande impatto. La perfezione tecnica della manipolazione cresce rapidamente, e i confini tra vero e falso si fanno sempre più labili. Per questo la credibilità e la fiducia nelle autrici e negli autori delle immagini sono la nostra valuta più preziosa. Come giornalisti dobbiamo prenderlo molto sul serio. Il pubblico ha bisogno di professionisti e redazioni affidabili, su cui poter contare. Solo così il giornalismo serio può sopravvivere – e la fotografia mantenere la sua forza come strumento di verità.

Quale responsabilità etica ha un fotografo quando documenta conflitti, ingiustizie o crisi umanitarie?

È difficile definire linee guida rigide. È sempre una questione di giudizio personale: dove tracciare la linea rossa? Come mostrare la sofferenza? Come proteggere la privacy, la dignità e il diritto all’immagine delle persone ritratte? Quando è giustificabile agire in modo moralmente ambiguo sul campo, nella convinzione che un’immagine possa generare un cambiamento positivo? Forse sono proprio queste domande il motivo per cui continuo a svolgere questo lavoro. Mi tengono vigile e attento. Sono diventato più cinico negli anni? Più cinico? Rimango fedele ai miei principi? Alla fine, sono domande filosofiche.

Come vede il futuro del fotogiornalismo: minacciato dalle nuove tecnologie o rafforzato dalla loro diffusione?

A causa della concentrazione di potere nelle mani di pochi colossi dei social media e della tecnologia, la politica è chiamata ad agire. Le nuove generazioni si informano sempre più attraverso i social. In queste aziende non esistono i principi etici e le regole che vigono nel giornalismo. Questo è pericoloso. Qui devono intervenire la società civile e la politica. Dobbiamo rimanere estremamente vigili.

Ecco qui la traduzione in tedesco.