Lunedì è ricominciato “Gialappashow” sul N9ve, lo show comico, arrivato alla settima edizione, firmato da Marco Santin e Giorgio Gherarducci, i due superstiti membri della band che dalla metà degli anni ‘80, insieme a Carlo Taranto, hanno scritto pagine memorabili della comicità italiana. Almeno, di quella passata in televisione.
Il successo è legato, secondo quanto da loro stessi dichiarato alla vigilia dell’esordio, al fatto di non essersi mai esposti in prima persona in video. Avrebbero stancato mostrandosi? Possibile. Loro da sempre sono autori, spalle, co-conduttori ma non si sono (almeno in passato, per svariati decenni) mai visti in faccia. Il loro stile, cioè il sagace e dissacrante commento fuori campo che lega e unisce le varie macchiette che si succedono sul palco, è diventato un format immediatamente riconoscibile, capace di valorizzare cast di diseguale talento (da loro sono passati tra i tantissimi, giganti come Teocoli, Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo) e in grado di solcare i decenni televisivi cambiando pur rimanendo sempre uguale. Le loro voci sono un richiamo continuo a una dimensione costantemente giovane, ridanciana, spensierata. Non vederli in volto è come se avesse risparmiato loro di invecchiare.
Non c’è dubbio che la Gialappa’s band sia una pietra miliare della comicità in Tv, non c’è dubbio che abbiano guadagnato bene nella loro lunga e luminosa carriera, ma per eterogenesi dei fini, questa trovata geniale non è mai divenuta un format vendibile all’estero, proprio perché inevitabilmente, inesorabilmente, inestricabilmente è legato alle loro voci, al loro modo, a loro in toto. Sono tra i pochi ad essere riusciti a diventare dei format viventi: non replicabili. Capita solo ai grandi.