Lucifero mi raccomanda di mettergli a disposizione i crani del sindaco di Varese Davide Galimbertii e di tutti gli altri personaggi dell’amministrazione comunale coinvolti nella questione della pista ciclabile di viale Belforte e dell’albero tagliato in largo Comolli: lo farò volentieri e con grande voluttà. Prima, però, vanno raccontate le due vicende, disgiunte ma in qualche modo collegate perché coinvolgono i lavori in corso su viale Belforte e su via Carcano, che sta per diventare a doppio senso di marcia. Partiamo dalla storia del povero albero – era un gelso, se non ho letto male – segato dopo un’onorata carriera da “vedetta” della zona, a ridosso della stazione di Trenord e nel punto in cui la viabilità, lasciando via Casula, si divide tra via Adamoli, la già citata via Carcano e via Tonale.
Orbene, a fronte delle domande piene di sospetto di chi vive in loco – e che ha poi manifestato la sua arrabbiatura sui social network – risulta che il sindaco avrebbe assicurato: la pianta sarà risparmiata. Non è finita assolutamente così e qui la riflessione è semplice, al di là del fatto che forse, per esigenze legate ai lavori, era necessario sacrificarla: perché dir così se già si sapeva che sarebbe andata in modo diverso? L’affermazione -qualora confermata- rischia anche di produrre un effetto domino: dal momento che è stato promesso di ripiantare un albero della stessa specie a compensazione del taglio del povero predecessore (fatto che peraltro non risarcirebbe l’aspetto affettivo della perdita), procedere in questo senso diventa obbligatorio e non negoziabile.
Ed eccoci a Viale Belforte e alla pista ciclabile che, fin da quando le ruspe sono entrate in azione, ha fatto imbestialire un quartiere intero. Anche se è giusto aspettare il completamento della rivoluzione viabilistica in atto e pur sottolineando il massimo rispetto per chi va in bici, quest’opera non sta in piedi. Per i danni che procurerà al commercio, per la compressione di una strada che ha la denominazione di viale ma che di suo è più stretta che larga, per i parcheggi che saltano, perché il pensare alle esigenze dei ciclisti non può essere separato dal realismo di prendere atto delle caratteristiche di una città che non è cresciuta – come quelle olandesi – nel segno delle due ruote. È lo stesso errore commesso a Milano sia dalla giunta Sala sia – per non dare l’idea che si voglia dare addosso solo alle amministrazioni di sinistra – da quella di Letizia Moratti, capace di inventarsi ciclabili dove il fondo stradale è in porfido o in lastroni che, quando piove, diventano delle saponette.
Infine, domanda diretta: quando il traffico in viale Belforte sarà intenso, cioè spesso per non dire sempre, e per le nuove strettoie passerà a malapena un’auto – già con l’autobus la vedo complicata –, che cosa mai succederà se dovranno transitare in emergenza un’ambulanza o la camionetta dei pompieri? Salteranno forse sui cordoli della ciclabile? Io mi auguro che la prossima amministrazione, di qualunque segno essa sia, si conceda a una sana e sensata marcia indietro. Volendo potrebbero valutarla pure “Galimba and Friends”: circola infatti una petizione “contras” che conta già 2000 firme. Ma se il pensiero popolare sarà tenuto nella stessa considerazione con cui è stata gestita la richiesta di non chiudere i sottopassi della zona delle stazioni, allora tirate voi le conclusioni.