Pope Corner

LEONE D’ALGERIA

PAOLO COSTA - 03/04/2026

Papa Leone XIV riceve il Presidente dell’Algeria

Tra poco più di una settimana, lunedì 13 aprile, papa Leone si recherà in Algeria attirato da un duplice richiamo: i luoghi di sant’Agostino e la memoria delle religiose e dei religiosi martirizzati tra il 1994 e il 1996. Uno di loro, Christian de Chergè, priore del monastero di Tibhirine, era solito pregare dicendo “Disarmali e disarmaci!”. Infuriava la guerra civile tra governativi e milizie islamiche e i monaci pregavano e coltivavano relazioni pacifiche con tutti, benvoluti dai semplici ma odiati da chi usava le armi.

Quando Prevost si presentò come nuovo pontefice, dal balcone di san Pietro, ci colpì soprattutto per queste parole: “La pace sia con tutti voi. Questa è la pace di Cristo risorto. Una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio. Dio che ci ama tutti incondizionatamente”. La frase riproponeva il primo messaggio di Cristo risorto insieme a un concetto ispirato proprio dall’espressione del priore di Tibhirine. La pace disarmata e disarmante, cioè una pace autentica, senza mezze misure, non sottoposta a condizioni: quante volte, dopo l’8 maggio 2025, abbiamo sentito il papa tornare su questo richiamo? Tante, tantissime volte, durante gli Angelus, le udienze e gli incontri pubblici più o meno solenni, fino a pronunciamenti più organici come il Messaggio per la Giornata della pace e il discorso al corpo diplomatico del 9 gennaio, uno degli interventi più importanti di questi primi mesi di pontificato.

L’implorazione per la pace si è via via intensificata in corrispondenza con l’escalation bellica, che ultimamente sta componendo come in un tragico puzzle quei “pezzi di guerra mondiale” già denunciati da papa Francesco. “Non abituiamoci – ha detto Prevost a Monaco – al fragore delle armi, alle immagini di guerra! La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere”. E ancora, nell’accorata omelia della Domenica delle Palme: “Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!”. Con un nota bene indirizzato innanzitutto a chi, come il capo del Pentagono, ha motivato con la volontà divina gli attacchi all’Iran: “Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della Pace. Un Dio che rifiuta la guerra. Dio non ascolta le preghiere di chi fa la guerra e ha le mani che grondano sangue”.

In una attualità in cui la diplomazia della forza sta prendendo piede ovunque, e con essa la ricerca di una pace basata sulla sottomissione di chi è più debole, il papa insiste a ricordare che la “città terrena” necessita di un fondamento e di una finalità trascendenti. È il pensiero di Sant’Agostino, che invitava i cristiani a “dimorare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste”. Il che non significa, intendiamoci, vivere con la testa tra le nuvole: lo stesso Sant’Agostino era infatti convinto che agli uomini sono riservati un ruolo e un compito nel mondo decisivi. E che perciò ciascuno è protagonista e responsabile della storia, particolare e universale.

A questo punto è lecito porsi qualche domanda. Sono adeguate, concrete ed efficaci le parole di papa Leone? Non corrono il rischio di essere ingenue e sterili? Non sono destinati, questi messaggi, a rimanere inascoltati come accadde all’indimenticabile grido di Benedetto XV contro l’“inutile strage”? In realtà, anche di fronte al peggiorare della situazione, la strada di papa Leone non può essere diversa dal ribadire il vero e il giusto, contrapponendo il realismo cristiano (che ha fiducia in Dio e considera l’uomo capace di scegliere tra il bene e il male) al realismo mondano (che ritiene inevitabili le guerre). “Soyez realiste, domandez l’impossible” si proclamava nel ’68 francese. Chiedendo agli uomini di scegliere la pace, “spes contra spem”, il mite Prevost può quindi essere definito l’ultimo dei rivoluzionari.