Pennsylvania Avenue

MORTE D’UN UOMO LIMPIDO

FRANCO FERRARO - 03/04/2026

Lo scorso 20 marzo è morto Robert Mueller, ex capo dell’Fbi che guidò dal 2001 al 2013. La sua vita è stata l’esempio di un americano profondamente innamorato del proprio paese, di un limpido e integerrimo uomo delle istituzioni. Sarebbe riduttivo fare riferimento a lui solo per il suo ruolo di procuratore speciale del cosiddetto Russiagate, la delicata “inchiesta sulla Russia” che segnò l’inizio del primo mandato di Donald Trump.

Nato a Manhattan nel 1944 e cresciuto a Princeton, nel New Jersey, Robert Swan Mueller era il maggiore di cinque figli, figlio di un ex capitano della Marina militare statunitense durante la Seconda Guerra Mondiale e di un dirigente della Dupont. Una laurea in scienze politiche all’Università di Princeton nel 1966 e un master in relazioni internazionali alla New York University l’anno successivo. Dopo aver appreso della morte di un amico in Vietnam, decise di arruolarsi nei Marines, prestando servizio come sottotenente a capo di un plotone di fucilieri, e successivamente come aiutante di campo di un generale. Si guadagnò diverse onorificenze al valore, tra cui la Purple Heart e la Bronze Star per aver salvato un marine ferito sotto il fuoco nemico durante un’imboscata. Dopo la guerra si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università della Virginia. “Vedeva l’Università della Virginia come un’opportunità per costruire una carriera a sostegno dello stato di diritto e per la creazione di istituzioni solide” ha ricordato Marshall Smith, suo compagno di corso alla facoltà di Giurisprudenza.

Nel 1976, Mueller iniziò la sua carriera come pubblico ministero, lavorando come assistente procuratore degli Stati Uniti a San Francisco, fino a diventare capo della divisione penale. In seguito, ricoprì il ruolo di vice procuratore nel Distretto del Massachusetts a Boston e di assistente procuratore generale per la Divisione Penale presso il Dipartimento di Giustizia a Washington D.C. Nel 1998, il presidente Bill Clinton nominò Mueller procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Settentrionale della California, incarico che ricoprì fino alla nomina a direttore dell’FBI da parte del presidente George W. Bush. Il suo mandato all’FBI iniziò il 4 settembre 2001, pochi giorni prima dell’11 settembre. Fece un lavoro enorme, non aveva orari, era totalmente concentrato sulle indagini, ferito nel cuore, ma senza paura e senza macchia. Furono anni durissimi, di sofferenze e di tensioni, che Mueller mai trascinava tra le mura domestiche per condividerle con Ann, l’amatissima moglie.

Nel 2017 venne nominato procuratore speciale per guidare l’indagine sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 e su eventuali legami con persone associate alla campagna di Trump. L’inchiesta portò all’incriminazione o alla dichiarazione di colpevolezza di quasi una trentina di persone e culminò nel rapporto Mueller di 448 pagine, che il Dipartimento di Giustizia pubblicò in forma parzialmente censurata nell’aprile del 2019. Inattaccabile Mueller. Nel suo servizio pubblico al popolo americano, era rinomato per la sua capacità di prendere decisioni senza condizionamenti di parte. La Costituzione era il suo punto di riferimento. E lo è stata fino alla fine. Quando Mueller è morto, il presidente degli Stati Uniti d’America in un post su Truth ha scritto: “Sono contento che sia morto. Non potrà più fare del male a persone innocenti!” riferendosi all’indagine sul Russiagate condotta da Mueller.

Vi ho raccontato la vita di Robert Mueller. Quella di Donald Trump non ha bisogno di essere raccontata. È sotto gli occhi di tutti. È la vita di un americano che non ama il suo Paese, che ama se stesso e forse, ma è da dimostrare, qualche pezzo della sua famiglia, di un uomo affamato di soldi, una bulimia pari solo a quella della vendetta. Un uomo che ignora il rispetto. E accarezza quotidianamente il disprezzo, come ha fatto godendo per la morte di Mueller. Il quale, da uomo buono qual era, lo avrà perdonato. Noi no.