Forse desidereremmo che la Pasqua di Gesù sciogliesse ogni conflittualità e si proponesse come principio inequivocabile di unità e concordia. Ma non è così. Gesù, anche Gesù risorto, è principio di divisione, opera uno scisma.
C’è certamente la divisione tra un prima e un dopo della sua Pasqua: ce lo manifesta il velo del tempio diviso in due e quella via nuova dell’incontro con Dio di cui parla la lettera agli Ebrei (10, 10-20). Ora possiamo accostarci a Dio con cuore puro e con viva speranza, sapendo che nulla, neppure la morte, la solitudine, la sofferenza, potranno mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù (Rm 8, 38-39). Già lo sappiamo, ce lo dice l’Apostolo, e lo vediamo in quel corpo appeso al patibolo nelle nostre chiese e, forse, anche nelle nostre case, in quel morto che ha saputo amare fino alla fine ed oltre. Sì, lo sappiamo, ma il nostro cuore ancora conosce il turbamento ed il dolore, la nostra intelligenza non sa evitare le preoccupazioni, il nostro corpo ancora patisce la fatica e la sofferenza, così che non possiamo non sperimentare uno scisma anche in noi stessi. La fede nel Dio di Gesù Cristo sembra dividere il nostro cuore e la nostra vita proprio aprendo la via nuova della Vita risorta con Dio.
Non dobbiamo sorprenderci. Il racconto dei Vangeli narra da subito dello scandalo che la predicazione e i gesti di Gesù suscitarono nei suoi contemporanei. Perché le promesse di Dio non dovrebbero contraddire anche la nostra realtà e la nostra coscienza? Perché meravigliarci se l’infinito amore del Padre turba i nostri cuori, se ha turbato ed angosciato anche l’animo del Figlio? Dio è più del grande del nostro cuore (cfr. 1 Gv 3, 20) e desidera abitare in noi, camminare con noi.
Questo è un orizzonte bellissimo e sorprendente. Simeone che lo intuì al suo sorgere, prendendo tra le braccia il piccolo Gesù di 40 giorni, accogliendo una così germinale pienezza desiderò essere sciolto da questa vita: ormai la sua vita aveva trovato la salvezza! Il suo cantico, che la Chiesa ci fa pregare ogni sera, ci ricorda quotidianamente che nell’incontro con Gesù c’è in gioco la nostra vita. Così la Pasqua di Gesù è anche la nostra, e le parole e i gesti di Gesù sono duri da accogliere perché hanno la forza di trasformare la nostra esistenza.
Già quanti avevano creduto in Lui, all’annuncio che avrebbe donato il suo corpo ed il suo sangue come principio di vita eterna per noi, trovarono le sue parole così dure da lasciarlo e non seguirlo più (Gv 6, 60-66). Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6, 67-68). Vita eterna: questo è l’orizzonte dell’annuncio di Gesù. Solo entro questo eterno orizzonte, così sorprendentemente enorme ed intimo allo stesso tempo, possiamo non scandalizzarci delle sue parole e dei suoi gesti, della sua Pasqua. Ed anche se lo scandalo è vivo in noi, è uno scandalo che se è vissuto e accolto ci porta nella Vita, nella Vita di Dio. Sì, dobbiamo accogliere lo scandalo, riconoscere quanto sia diverso l’orizzonte di Dio, riconoscere quanto sia spaesante, per trovarci in fine a casa in esso e riconoscere da esso la verità del nostro cuore, la risposta ai nostri desideri più profondi.
Sì, anche nella sua resurrezione Gesù più che offrire risposte suscita domande. Non si manifesta apertamente a tutti, chi lo vede fatica a riconoscerlo, chi lo riconosce ancora dubita per la gioia o, forse, anche per la paura. Anche il Risorto genera divisione, quella divisione preannunciata da Gesù nel grande giorno della festa quando ritto in piedi grido: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva” (Gv 7, 37-38). Davanti all’offerta di Gesù possiamo scoprire di avere o non avere sete, di credere o di non credere. Le parole di Gesù, prima di manifestarci il dono di Dio, ci fanno entrare nel nostro cuore, domandando una risposta ci offrono uno spazio nuovo di interiorità. Abbiamo sete di qualcosa? Qualcosa ci manca? Che cosa? Dove cerchiamo?
Non è forse strano, allora, che attorno al sepolcro di Gesù fioriscano domande, più che risposte: Chi cercate? Perché piangi? Non ve lo aveva detto? E se avviene un incontro è fugace: Non mi trattenere, ma va, annuncia…
L’alleluia Pasquale è la lode della ricerca davanti a un cadavere che non è al suo posto, è la lode delle domande che abitano nel profondo del cuore. Ma non per questo è fuga nell’interiorità, disimpegno, irenismo a basso costo. Anzi, se ci educhiamo ad ascoltare il nostro cuore, potremo riconoscere il cuore dell’altro, se ci sappiamo in ricerca ed assetati, non disprezzeremo la ricerca e la sete dell’altro, se le nostre risposte non ci soddisfano pienamente, disarmeremo le nostre parole e interrogheremo gli altri e se crederemo che ogni nostro bene è dono di Dio e ricercheremo sopra ogni cosa la Vita di figli non lotteremo più per i beni che passano.
Abbiamo letto in sant’Agostino una pagina che potrebbe illuminare con il suo realistico umorismo tante mire di possesso e di conquista: “Se l’imperatore ti dicesse: Chiedi ciò che vuoi (…) quante cose ti proporresti di ottenere e di elargire ad altri! A Dio che ti dice: Chiedi ciò che vuoi (Cfr. Mt 7, 7), cosa chiederai? Rifletti bene, dilata la tua avarizia, estendi il tuo desiderio, allarga la tua bramosia; non è uno qualunque, ma è Dio onnipotente che ti ha detto: Chiedi ciò che vuoi. Se ami le proprietà, desidererai tutta la terra, in modo che tutti coloro che ivi nascono siano tuoi coloni e tuoi schiavi. E quando sarai padrone di tutta la terra? Chiederai il mare, nel quale tuttavia non potrai vivere. (…) Va al di là di tutto questo, chiedi anche l’aria, sebbene tu non possa volarvi; spingi la tua cupidigia fino al cielo, proclama che tuoi sono il sole, la luna, le stelle, dato che Colui che tutto ha creato ha detto: Chiedi ciò che vuoi; e tuttavia non troverai niente di più pregevole, niente di migliore di Quello stesso che tutto ha creato. Chiedi Colui che tutto ha fatto, ed in Lui e da Lui avrai tutto ciò che ha creato”.
Se dunque riconosciamo di aver sete di Lui ecco l’alleluia, la lode della ricerca, l’esultanza per un incontro che offre salvezza (perché so, ne sono certa di aver bisogno di salvezza): “L’anima mia esulterà nel Signore [Salmo 34(35), 3], come in Colui dal quale ha udito le parole: Io sono la tua salvezza (ivi, 3), in quanto non cerca altre ricchezze all’esterno, (…) non vuole ottenere da Lui ciò che possa darle piacere, ma aderire soltanto a Colui che è la sua gioia. Che cosa mi sarà dato infatti che sia migliore di Dio? Dio mi ama; Dio ti ama. (…) Scelgano gli altri come possesso quello che vogliono, si facciano la loro parte delle cose: la parte mia sei Tu, e Te io ho scelto. Dice di nuovo: Il Signore è la porzione della mia eredità [Sal 118, 57; cf. 72, 26]. Ti possegga dunque, affinché tu Lo possegga. Sarai la sua proprietà, sarai la sua dimora” (Esposizione del Salmo 34, D1, 12).
Oggi intorno al sepolcro vuoto risuonano le sirene degli allarmi, parole di odio, l’attesa di una pace lontana. Oggi nel sepolcro vuoto risuonano gli echi di troppi conflitti, il pianto di troppo dolore. Anche tutto questo fa parte della Pasqua che celebriamo, anche tutto questo ci fa ardere di sete, anche per tutto questo cantiamo l’alleluia, la lode della ricerca e dell’attesa, che spezza il cuore, ci fa cercare il volto degli altri e alzare lo sguardo a Dio.