Il racconto

250 ANNI FA

MAURO DELLA PORTA RAFFO - 03/07/2026

Ci sono date che appartengono a un popolo. Ed altre che, pur nate all’interno di una precisa vicenda nazionale, finiscono con l’appartenere all’intera umanità. Il 4 luglio 1776 è una di queste. Naturalmente non perché quel giorno siano nati gli Stati Uniti d’America, cosa che storicamente non è vera. La Guerra di Indipendenza era appena iniziata, il riconoscimento internazionale sarebbe giunto anni dopo, la Costituzione federale addirittura nel 1787. Molti degli uomini che sottoscrissero la Dichiarazione non immaginavano neppure quale forma avrebbe assunto il nuovo Stato. E tuttavia è proprio il 4 luglio che il mondo cambia. Perché, per la prima volta, un popolo non rivendica privilegi, non pretende antichi diritti, non invoca tradizioni o successioni dinastiche. Afferma invece un principio. Che gli uomini sono creati uguali. Che possiedono diritti naturali. Che il potere deriva dal consenso dei governati. Che, quando un governo tradisce tali principi, esso può essere cambiato. È una rivoluzione immensa. E, come tutte le rivoluzioni autentiche, destinata a superare infinitamente le intenzioni dei suoi stessi protagonisti.

Ho sempre sostenuto che la storia americana debba essere letta evitando due errori. Il primo consiste nell’idealizzarla. Il secondo nel giudicarla esclusivamente attraverso le sue inevitabili contraddizioni. Gli Stati Uniti nascono proclamando l’eguaglianza mentre la schiavitù continua a esistere. È vero. Nascono parlando di libertà mentre le donne non votano. È altrettanto vero. Nascono proclamando diritti universali mentre gli indiani vengono progressivamente spinti verso Occidente. Ancora vero. Ma proprio qui sta il punto. La Dichiarazione non descrive ciò che l’America era. Descrive ciò che l’America avrebbe dovuto diventare. È un programma. Non un bilancio. Un orizzonte morale. Non una fotografia.

Da allora, ogni avanzamento della società americana è consistito nel pretendere che quelle parole fossero prese sul serio. Lincoln le utilizzò contro la schiavitù. Martin Luther King contro la segregazione. Le suffragette per il voto femminile. Ogni grande stagione americana nasce dal tentativo di rendere reale ciò che nel 1776 era stato scritto quasi come una promessa. È questo il vero miracolo politico della Dichiarazione. Per molti anni si è raccontata la storia americana come una continua marcia verso il progresso. Era una lettura rassicurante. Oggi si è passati all’eccesso opposto. Si tende a vedere soltanto razzismo, imperialismo, capitalismo, disuguaglianze. Anche questa è una deformazione.

La storia non è mai così semplice. Gli Stati Uniti sono stati, contemporaneamente, il Paese della segregazione e quello che l’ha abolita. Il Paese del maccartismo e quello del Primo Emendamento. Il Paese di Pearl Harbor e quello dello sbarco in Normandia. Il Paese di Hiroshima e quello del Piano Marshall. Occorre possedere il gusto della complessità. È proprio questa, del resto, la ragione per la quale considero profondamente sbagliato osservare l’America con categorie europee.

L’America non è una versione più grande dell’Europa. È un’altra civiltà politica. Nasce senza aristocrazia. Senza Chiesa di Stato. Senza feudalesimo. Senza passato medievale. Senza monarchia. Nasce, soprattutto, come gigantesco esperimento. Ed è questo esperimento che dura da duecentocinquant’anni. Più volte mi è stato chiesto quale sia il segreto della longevità americana. La risposta è meno complicata di quanto sembri. Gli Stati Uniti hanno cambiato quasi tutto. Hanno modificato partiti. Costumi. Equilibri economici. Confini. Ruolo internazionale. Hanno attraversato guerre civili, crisi finanziarie, attentati, rivoluzioni industriali, trasformazioni tecnologiche. Eppure hanno mantenuto sostanzialmente immutata la struttura costituzionale. Questa è la loro forza. La Costituzione americana non pretende di risolvere tutti i problemi. Si limita a costruire un sistema sufficientemente robusto da permettere alla società di affrontarli. C’è una differenza enorme. Le costituzioni europee spesso promettono. Quella americana limita. E proprio limitando il potere riesce a durare. Nel corso di questi due secoli e mezzo ci sono state, a mio avviso, tre grandi rivoluzioni americane.

La prima è naturalmente quella del 1776. La seconda coincide con l’affermazione della democrazia jacksoniana e con il definitivo ingresso dell’uomo comune nella politica nazionale. La terza è rappresentata dall’elezione di Barack Obama nel 2008. Non tanto per la persona. Quanto perché, con lui, termina definitivamente l’America esclusivamente WASP che aveva governato il Paese fin dalle origini. Tre rivoluzioni molto diverse. Ma tutte riconducibili, direttamente o indirettamente, alla promessa contenuta nella Dichiarazione. Oggi gli Stati Uniti attraversano una stagione difficile. Le divisioni interne sono profonde. La polarizzazione appare estrema. L’alternanza fra democratici e repubblicani assume spesso caratteri quasi esistenziali. Si parla perfino di crisi della democrazia americana.

Non condivido questo pessimismo. La storia degli Stati Uniti è fatta di crisi infinitamente peggiori. La Guerra Civile. La Grande Depressione. Le tensioni degli anni Sessanta. Il Vietnam. Il Watergate. Ogni volta si è annunciata la fine dell’America. Ogni volta l’America ha trovato dentro se stessa le risorse per reinventarsi. Non c’è alcuna garanzia che ciò avvenga sempre. Ma c’è un precedente storico che invita alla prudenza prima di emettere sentenze definitive.

Personalmente continuo a pensare che il contributo più importante offerto dagli Stati Uniti al mondo non sia stato economico, militare o tecnologico. È stato culturale. L’idea che ciascun individuo possa costruire il proprio destino. L’idea che il futuro conti più del passato. L’idea che il merito, almeno come aspirazione, debba prevalere sulla nascita. L’idea che la felicità possa essere ricercata senza che lo Stato definisca preventivamente cosa essa debba essere. È forse questa la frase più rivoluzionaria della Dichiarazione. Non promette la felicità. Promette il diritto di cercarla. È una differenza decisiva. La felicità appartiene all’uomo. Non al governo. Duecentocinquant’anni rappresentano un traguardo straordinario. Ma non devono trasformarsi in un esercizio celebrativo. Ogni anniversario importante serve soprattutto a porre domande. Quanto resta vivo dello spirito del 1776?

Quanto di quella promessa è stato mantenuto? Quanto rimane ancora da realizzare? Sono interrogativi che riguardano gli americani. Ma riguardano anche noi. Perché, volenti o nolenti, gli ultimi due secoli e mezzo della storia occidentale sono incomprensibili senza gli Stati Uniti. Li si può amare. Li si può criticare. Li si può perfino detestare. Non li si può ignorare. Ecco perché il 4 luglio 2026 non celebra soltanto il compleanno di una nazione. Celebra il duecentocinquantesimo anniversario della più grande e duratura scommessa politica dell’età moderna. Una scommessa ancora aperta. E, proprio per questo, ancora degna di essere studiata, compresa e discussa.