Storia

ISPRA NEL 1848

SERGIO REDAELLI - 03/07/2026

Paolo Ranci Ortigosa De Corte

Come si viveva sulla sponda povera del lago Maggiore mentre i cannoni e i razzi incendiari del feldmaresciallo Radetzky spazzavano le barricate dalle strade di Milano? E cosa accadde al ritorno degli Austriaci nell’estate del 1848, quando le rive del lago accolsero l’esodo di patrioti e di intere famiglie milanesi compromesse con la rivolta? Lo racconta il libro di memorie che Paolo Ranci Ortigosa De Corte scrisse nel 1915, ormai vecchio, rievocando ciò che aveva visto e vissuto a dodici anni durante le Cinque Giornate (era nato a Milano il 25 marzo 1836) e il precipitoso trasferimento al lago quando il padre, temendo il saccheggio nelle case benestanti, caricò i figli sulla diligenza e li portò a Ispra, dove possedeva un’abitazione.

Il libro, scritto da un ricco, parla di povertà. A Ispra, nel 1848, è appena stata terminata la strada che conduce ad Angera, poco più di una mulattiera praticabile per le carrozze con i cavalli al passo, fra boschi e paludi. Se non lo ferma il maltempo, il medico la percorre una volta alla settimana per fare visita ai malati e in caso di pioggia il fango dissuade gli spostamenti anche tra Ispra, Brebbia e Cadrezzate. La popolazione locale campa di lavoro nei campi e di pesca in condizioni di quasi miseria. I pescatori pagano dazio ai Borromeo, padroni delle sponde del lago, persino per le alborelle catturate col quadrato nei giorni di frega, in cambio ricevono soldi appena sufficienti per guadagnare la giornata.

Le case dei contadini, racconta Ranci, sono antri di baco. Il camino in camera da letto per riscaldarsi è un lusso per i ricchi. Il fuoco ai poveri serve piuttosto in cucina, per mangiare. La fiamma si alimenta con ginestre, torba e legna di scarto che bruciando riempiono il locale di fumo denso, le pareti coperte di fuliggine, pentole e padelle sopra il focolare, il graticcio di legno intrecciato, appeso al soffitto, dove seccano i pesci salati e le castagne raccolte nei boschi. In mancanza di vetri, le finestre sono chiuse con la carta oleata altrimenti detta stemegna. Per scaldarsi nelle sere d’inverno si va nella stalla accanto alle mucche e quando è l’ora di andare a letto, se piove, si sale a malincuore nella stanza al piano superiore dove l’acqua gocciola dal tetto.

A Legnano, Busto e Gallarate non ci sono ancora le industrie tessili con migliaia di operai, ma pochi telai a mano per tessere il fustagno e il drughet, un tipo di stoffa scadente fatta con filati di lana e cotone. Spostarsi è complicato. All’epoca è attiva solo la ferrovia Milano-Monza, poi prolungata fino a Camerlata e Como. Sono in costruzione tratti delle Ferrovie Lombardo-Venete, con capitali austriaci, altrimenti serve la carrozza. In compenso la sorveglianza militare sul lago è affidata ai due piroscafi armati Radetzky e Benedek. Fanno servizio passeggeri tra Sesto Calende, Luino e i paesi della sponda lombarda. Ma i gendarmi imperiali non possono cogliere i sentimenti antiaustriaci che segretamente alimentano il popolo.

Nel 1846 l’aumento dei prezzi del pane e delle patate ha provocato tumulti e assalti ai carri e alle barche che trasportano il grano verso Como, Varese, Sesto Calende e Gallarate. E all’improvviso anche Ispra si scopre patriottica. A Milano il dottor Vandoni, primario dell’Ospedale Maggiore, è pugnalato a morte. Un delitto politico. È ritenuto una spia, ha denunciato un subalterno, il dottor Ciceri, di sentimenti patriottici, facendolo condannare allo Spielberg. La polizia furente bussa a ogni porta e Carlo De Cristoforis, forse l’autore materiale dell’omicidio, fugge da Milano e attraverso boschi e colline raggiunge Ispra con la speranza di essere trasportato a Belgirate, al di là del lago, dove lo aspetta la famiglia Cairoli.

Al tramonto il pescatore Ferdinando Baranzelli si fa trovare con barca e reti da pesca sulla riva accanto alla fornace dove è nascosto il profugo, lo imbarca e lo porta nottetempo a Belgirate. Il vecchio Paolo Ranci, 79enne, giura anche di avere visto nel ’48 a Ispra il generale Garibaldi “calmo, bello e, pensoso viso da Redentore, seduto sul sagrato della chiesa a mangiare pane e cacio”. Forse fermatosi in paese dopo lo scontro di Luino e prima di Morazzone. Agli storici non risulta e Ranci diventa polemico: “Sono un galantuomo non avvezzo a contar frottole”. L’autore delle memorie muore a Ispra il 2 dicembre del 1922, a 86 anni, poche settimane dopo la marcia su Roma e alla vigilia della vittoria elettorale del blocco nazionale fascista, il 10 dicembre 1922, che determina la fine dello Stato liberale in Italia.