Economia

NON È SOLO CIOCCOLATO

SANDRO FRIGERIO - 03/07/2026

Diceva qualche settimane fa, intervenendo a Varese, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana per descrivere le difficoltà di avere una legislazione coerente: “Sapete, a Roma dobbiamo anche spiegare che cosa sono i frontalieri…”. Immaginarsi il resto. Svizzera e Italia sono reciprocamente importanti. Non foss’altro per gli scambi commerciali e per il rilevante numero di Italiani che, ormai non più con la valigia di cartone ma sempre più spesso con titoli delle più rilevanti università, hanno fatto della Confederazione il luogo non solo del lavoro (i fontalieri in questo caso) ma anche della residenza. E se la questione ha una rilevanza nazionale, nella provincia di Varese, così come in quella di Como, l’impatto è ancora maggiore.

La fotografia più aggiornata arriva in questi giorni da due esponenti delle rispettive comunità a loro modo impegnati nei rapporti bilaterali e culturali transfrontalieri. Nell’auditorium dell’USI, l’Università della Svizzera Italiana – incidentalmente l’ateneo per centinaia di studenti varesini -si sono confrontati il presidente dell’associazione Carlo Cattaneo, il luganese Bernardino Regazzoni, a lungo ambasciatore elvetico a Roma, e Ferruccio de Bortoli, l’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore, che da più di un decennio è anche editorialista del Corriere del Ticino.

Due conoscitori delle rispettive realtà dunque. “Lo so, per tanti, troppi Italiani passiamo per il paese delle banche e del cioccolato, ma è meglio avere un’immagine magari incompleta, che non averne alcuna. Allo stesso modo, molti svizzeri si stanno accorgendo che l’Italia non è il solito trio Ferrari, Lamborghini, Armani, ma ha una lunga serie di eccellenze”, esordisce l’ambasciatore. Così come la democrazia svizzera, riconosce il giornalista, può tradire talvolta l’immagine del “paese perfetto”, ma spesso è assunta come modello di riferimento per la costruzione dell’ideale europeo, con quell’importanza che già più di mezzo secolo fa le attribuivano intellettuali importanti come Mario Missiroli, ed Eugenio Montale, rispettivamente ex direttore e collaboratore del Corriere.

Non senza qualche incidente di percorso, convengono a Lugano i due esperti, come il tragico incidente dell’ultimo dell’anno di Crans Montana, con relativi errori ma anche un accanimento accusatorio che è stato vivace soprattutto in Italia, più ancora che in Francia, paese che nella tragica contabilità dei morti ha avuto ancora numeri superiori rispetto all’Italia (dati 2025).
Paesi strettamente intrecciati insomma, tanto che, ha ricordato Regazzoni, l’interscambio complessivo tra i due paesi è oggi ai ben un miliardo la settimana. E la Svizzera, che ospita 650 mila cittadini italiani, ha nella penisola il suo settimo cliente, mentre è il quinto per l’Italia.

Anche delle iniziative referendarie di questi giorni si è parlato, come quella sul “No alla Svizzera da10 milioni di abitanti”, con una certa intonazione xenofoba o isolazionista, respinta a livello nazionale ma pur di poco prevalente in alcuni Cantoni tra cui proprio il Ticino, segno che la convivenza non è sempre senza problemi.

Non si è parlato del tema dei contributi “sanitari” chiesti ai frontalieri da Roma (e confermati da Milano) e avversati da Berna, ma della concorrenza fiscale sì. E con questo delle politiche di favore italiane volute per attrarre paperoni di mezzo mondo che hanno fatto di Milano una sorta di Mecca per super-ricchi (un provvedimento del Governo Renzi, confermato dal Governo Meloni). Misure, ha rilevato il “milanese” De Bortoli, che hanno avuto l’effetto di portare poche o nulle attività economiche dalle nostre parti, ma generare una rincorsa dei valori immobiliari tale che ha favorito l’espulsione di quota di popolazione dalla città. Al punto che, aggiungiamo, negli ultimi due anni la popolazione di Milano ha cominciato a segnare, dopo oltre 12 anni, il segno “meno”, a favore dell’hinterland.

La “terra dei laghi”, insomma l’Insubria, prenderà mai corpo? “si tratta di riempire un avanzato concetto”, chiosa l’ambasciatore Regazzoni. I dossier aperti che riguardano proprio Varese più di altri non mancano. La provincia ha quasi 21 mila abitanti permanentemente residenti in Svizzera, 32 mila frontalieri che si spostano ogni giorno e la dipendenza economico-fiscale è strettissima.

Non c’è solo il tema della “trasfusione” di forza lavoro verso il Ticino (tra cui molti operatori della sanità), quello dei “contributi sanitari” previsti per i “vecchi frontalieri”, che al momento sono i più. C’è anche quello della “Zona Economica Speciale”: un vecchio tema, periodicamente sollevato dai politici leghisti locali, ma questa volta, e proprio in questi giorni “sdoganato” dal presidente di Confindustria Varese, Luigi Galdabini, il quale nella recente assemblea associativa ha sottolineato che “ci sono aree depresse e in difficoltà anche in Lombardia e anche in provincia di Varese e occorrono politiche di sviluppo industriale locale”, giungendo a chiedere, accanto a provvedimenti per l’area di Malpensa (non esattamente una zone depressa….) anche “una gestione intelligente del Fondo per lo Sviluppo Economico e il potenziamento delle infrastrutture delle zone di confine italo-elvetiche”, che, ha aggiunto, “come sapete, si nutre di una quota delle maggiori entrate fiscali derivanti dall’IRPEF pagata in Italia dai “nuovi frontalieri”.

Come dire che, tra tirate di giacca di vario tipo, questa benedetta Regione dei Laghi”, avrebbe bisogno di passare dalla fase della concorrenza a quella della collaborazione. Il che è tutt’altro che scontato.