
L’ultimo scossone politico l’ha dato la notizia secondo cui, durante la guerra di USA-Israele contro l’Iran, dall’Italia, dalle nostre basi NATO, sarebbero partiti bel 500 voli, per collaborare alle operazioni militari in corso. È un’affermazione che è stata subito ridimensionata, adesso si parla solo di 200 eventi, con la precisazione che si tratta di voli di supporto logistico, secondo quanto previsto da intese a carattere internazionale, sottoscritte da tempo immemorabile. Comunque sia, è una notizia che sembra smentire quel che aveva appena detto la nostra presidente del consiglio, quando aveva assicurato che non avremmo partecipato in alcun modo a nessuna iniziativa militare, in un conflitto che non consideriamo nostro, deciso da altri in maniera unilaterale, distante e contrario ai nostri interessi.
La notizia dei 500 voli è stata data da Mark Rutte, segretario generale della Nato dal 2024, apparentemente per ridimensionare le affermazioni di Donald Trump, che aveva censurato la mancata collaborazione dei paesi europei alla guerra e dell’Italia in particolare. In realtà, con questa puntualizzazione da contabile condominiale, non ha fatto altro che mettere in cattiva luce il nostro Paese. Uno svarione che può essere letto in molti modi, anche come un diversivo (l’ennesimo) per spostare l’attenzione dal fallimento conclamato di un’operazione militare senza capo né coda, da cui l’amministrazione americana esce a pezzi, senza una via d’uscita onorevole, quantomeno in termini d’immagine. Mentre restituisce legittimità ad un regime, quello iraniano, che andrebbe perseguito in ogni modo per i crimini di massa perpetrati contro il suo stesso popolo e dei suoi giovani in particolare.
Questo coup de théâtre è anche l’ennesimo episodio che mette in difficoltà l’Europa e i suoi leader che vengono presi di mira pesantemente, uno dopo l’altro. Dall’inglese Starmer che si è appena dimesso, dopo una vera e propria congiura di palazzo, allo spagnolo Sanchez che sembra lì lì per fare la stessa cosa; dal cancelliere federale tedesco Friedrich Mertz che viene continuamente rimbrottato, al presidente francese Emmanuel Macron, sempre a rischio di essere travolto. Adesso, tocca all’Italia. E immediatamente l’Iran si preoccupa di confermare che avremmo collaborato, insieme alla Romania (“ma che c’azzecca?”, direbbe Di Pietro), all’aggressione americano-israeliana, dando seguito incomprensibilmente ad affermazioni quantomeno improvvide. Insomma, mentre in questi ultimi mesi di guerra i velivoli americani partiti dalle basi Nato europee sarebbero stati 5000, si punta il dito solo contro due paesi, l’Italia e la Romania, appunto. Difficile capire che garbuglio sia questo e chi lo manovri.
Ed è facile scaricare la colpa, come facciamo un po’ tutti, ormai, sull’isteria di una sola persona, sicuramente alterata e imprevedibile, come il presidente americano. In realtà, sono intemperanze che interpretano il disagio di una nazione, che percepisce sempre più chiaramente di non essere più al centro del mondo, come lo è stata per tanto tempo. Com’è stato scritto, dietro a tanto nervosismo, c’è una nazione che si sentiva il crocevia di qualsiasi cosa e invece adesso sa di non esserlo più. Soffre la concorrenza cinese. È indispettita dall’Unione Europea e, come tanti altri nel mondo, teme che questa realtà politica sempre in fieri, se portata a compimento, sarebbe un’alternativa reale alla sua potenza economica e militare.
In questo scenario di disillusioni, pesano ancora parecchio le uscite di scena ingloriose dalla guerra del Vietnam e dall’Afganistan e adesso dall’Iran, che avrebbe dovuto arrendersi in quattro e quattr’otto e invece, col ricatto dello stretto di Hormuz, sta sfidando il mondo. Pesano anche la situazione interna, come il fermarsi dell’ascensore sociale e la “condizione di povertà in cui versa il 10% della popolazione (causata sì dai mutamenti dell’economia, ma altrettanto dalla chiusura delle élite nei loro privilegi) il populismo becero, però sincero, di chi si sente escluso dal materno seno della nazione in quanto ignorante e marginale. E costoro hanno trovato in Donald Trump […] non un leader politico, ma un cult leader, il leader quasi di un culto messianico che può dire e negare tutto perché la sua parola è vera” (Tiziano Bonazzi 2023). Adesso, hanno scoperto che il tocco magico non sta tra le cose di questo mondo e che invece si trova sprofondato in un pantano da cui non uscirà tanto presto.

