Ambiente

20 ANNI DI IGT

SERGIO REDAELLI - 03/10/2025

Vigneti alla rocca di Angera

I sommelier li definiscono di buona stoffa, con bouquet fragranti e una piacevole personalità. Tecnicamente sono “vini del territorio” a diffusione locale, proposti nei ristoranti e nelle enoteche. La stessa cosa avviene per i liguri Pigato e Rossese, per il Grumello bergamasco e i vini della Valcamonica. Gli enoturisti e i buongustai li chiedono con i piatti tipici della cucina prealpina, i bianchi con il risotto al pesce persico e quand’è stagione con gli asparagi, i rossi con la polenta, i bruscitt, il brasato e altre golosità prealpine. Ma la produzione è ancora scarsa, intorno alle centomila bottiglie l’anno e irrisorio il peso dell’agricoltura nel sistema economico provinciale, duemila occupati sul totale di 377 mila (dati 2017).

Sono passati vent’anni dall’11 ottobre 2005 quando Gianni Alemanno, il ministro delle politiche agricole e forestali del terzo governo Berlusconi, emanò il decreto di riconoscimento del disciplinare di produzione Igt Ronchi Varesini, l’indicazione geografica tipica dei vini del Varesotto. Fu un risultato storico per la provincia, fortemente industrializzata, che aveva dimenticato i fasti di un passato vitivinicolo di tutto rispetto; e ai due decenni di Igt, il Comune di Angera ha dedicato la serata del 26 settembre invitando i produttori e – “special guest” – il professor Osvaldo Failla della facoltà di agraria della Università Statale di Milano e Giuseppe Zatti, l’agronomo che all’inizio del secolo ha seguito l’intero processo di tutela.

Intendiamoci: vent’anni sono pochi rispetto al Nebbiolo d’Alba – per esempio – che ottenne la Doc nel 1970 o al Chianti Classico Gallo Nero che si fregiò del primo disciplinare di produzione nel lontano 1967. Il fatto è che la vitivinicoltura varesina sconta ancora il ritardo che accusava a metà ‘800 rispetto alle Langhe, dove Camillo Benso conte di Cavour, il sindaco-agricoltore di Grinzane e futuro ministro del Regno, affrontava le malattie della vite con rigore scientifico. Mentre a Varese si maritava ancora la vite all’olmo con vecchie tecniche superate e antieconomiche, il tessitore dell’Unità d’Italia puntava sulla ricerca, promuoveva l’innovazione e pensava a produrre il nebbiolo di lungo invecchiamento, alla francese.

Tornando a Varese, quale impatto economico hanno i vini Igt? La risposta è solo in parte positiva. Le bottiglie fanno capolino nelle Guide nazionali (Touring Club, Viniplus, Veronelli), compaiono nelle fiere nazionali (Expo, Vinitaly, Cantine Aperte, Movimento turistico del vino) e in quelle locali (Agrivarese, Lago di Vino, Omegna, Intra, Arona e Piacenza). Le assaggiano gli esperti delle riviste online e richiamano l’interesse di Slow Wine, la guida dei vini di Slow Food, considerata la bibbia del buon bere. Grazie al vino, Angera ha riscoperto la tradizionale festa dell’uva, Golasecca le passeggiate ecologiche tra i vigneti, Morazzone le degustazioni in Cantina. E il ritorno del terreno alla coltivazione migliora l’offerta turistica.

Sull’altro piatto della bilancia le aree coltivate sono esigue, la produzione bassa, i prezzi al consumo alti – mediamente intorno ai 12-14 euro al ristoratore che poi salgono a 20-23 euro al cliente finale – e la notorietà dei vini insufficiente: “Meno del cinque per cento della popolazione sa che il Varesotto produce vino”, notava l’agronomo Andrea Tovaglieri intervenendo a una recente rassegna dei vini varesini a Induno Olona. Come si è detto, la produzione è sulle 90-100 mila bottiglie l’anno ricavate da una minuscola superficie di diciotto ettari, pari allo 0,088 della viticoltura lombarda, compresi i produttori amatoriali e i terreni sotto i mille metri coltivati per autoconsumo. Che cosa servirebbe per migliorare le cose?

“Manca un piano che coinvolga i ristoranti e diffonda la conoscenza del nostro vino – osserva l’alimentarista Fabio Ponti, attivissimo membro di Slow Food e coordinatore del progetto Terre di Varese che promuove i vini e la formaggella del Luinese – ci vorrebbe l’intervento di un ente pubblico con un progetto a lungo termine, diciamo cinque anni, che metta i soldi per una forte campagna pubblicitaria. La Igt è un primo passo, ha fissato le regole ma le maglie sono troppo larghe. Manca un vino di riferimento che ogni cantina produca. Ciascuno va per la propria strada, c’è chi fa Nebbiolo, chi Merlot e chi ottimi spumanti. Troppa anarchia. Servono coordinazione e unità d’intenti di tutte le cantine che fanno vino dentro e fuori dall’associazione”.