Le guerre non solo distruggono. Contribuiscono anche a rendere il mondo più caldo, più instabile, più insicuro. In una fase in cui l’Occidente è propenso ad accrescere significativamente le spese per il riarmo, pochi riflettono sul disastro che questo comporta sul cambiamento climatico. Qui riporto alcuni dati forniti da un’analisi indipendente di Restart che gettano piena luce sull’entità delle trasformazioni in corso.
Innanzitutto, l’aumento del budget di un trilione di dollari previsto da Trump per il bilancio degli Stati Uniti metterà le emissioni del colosso industriale della US Army alla pari di quelle di interi Paesi. I recenti aumenti della spesa del Pentagono, infatti, produrranno da soli 2.600 milioni di tonnellate di gas per il riscaldamento del pianeta, alla pari con le emissioni annuali di carbonio equivalente (CO2e) generate da 68 centrali elettriche a gas o dall’intero paese della Croazia. L’esercito degli Stati Uniti e il suo apparato industriale diventeranno da soli il 38° più grande emettitore al mondo, traducendosi in circa 47 miliardi di dollari di danni economici a livello globale, compresi gli impatti sull’agricoltura, sulla salute umana e sulla proprietà dovuti a condizioni meteorologiche estreme. E questo calcolo non include le emissioni generate da finanziamenti militari supplementari degli Stati Uniti, come per i trasferimenti di armi a Israele e Ucraina negli ultimi anni.
Anche la spesa militare nei paesi europei della NATO è in aumento. Al vertice dell’Aia di Giugno, i 32 Stati membri della NATO si sono impegnati ad aumentare le loro spese militari e per la sicurezza dal 2% al 5% del PIL entro il 2035. Di conseguenza, la spesa militare della NATO in Europa e in Canada potrebbe aumentare dai circa 500 milioni di dollari di oggi a 1,1 trilioni di dollari nel 2035, quando i bilanci combinati della difesa degli altri 31 alleati saranno sostanzialmente uguali a quelli del Pentagono. I leader militari e dell’industria UE sono stati invitati dall’alleato principale a trovare modi per aumentare significativamente la produzione di armi. La demolizione sistematica di Donald Trump di quell'”ordine internazionale basato sulle regole” spinge ad un riarmo sconsiderato a spese delle prospettive della pace e dei diritti sociali.
Va ricordato che i membri della NATO rappresentano già collettivamente il 55% della spesa militare globale. Anche in questo caso non si considera opportunamente la manchevolezza nel considerare il legame tra le spese militari e le emissioni climalteranti. Il contributo della NATO non può essere ignorato, dato che la CO2 equivalente è stimata in 2.330 milioni di tonnellate all’anno: una cifra che eguaglia le emissioni di alcuni interi paesi come Colombia o Qatar.
Per l’aumento previsto della spesa per la difesa decisa dai 32 membri viene stimato che le attuali emissioni potrebbero aggiungere fino a 200 milioni di tonnellate di emissioni in più ogni anno, una quantità di gas serra paragonabile alle emissioni annuali di un Paese come il Pakistan. Questo aumento potrebbe vanificare gli sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5°.
Va chiesto che l’Alleanza e i suoi Stati membri debbano essere trasparenti sull’entità delle loro emissioni e debbano assumere seri impegni per ridurre la loro impronta di carbonio.
I massimi responsabili della NATO, d’altra parte, dovrebbero chiedere ai leader politici di investire in soluzioni diplomatiche e non militari alle crisi politiche odierne. Gli aumenti della spesa militare degli Stati Uniti e della Nato potrebbero essere reindirizzati verso misure di resilienza climatica smilitarizzate, come il trasporto pubblico, le energie rinnovabili o i nuovi alloggi sociali verdi, un vero investimento nella sicurezza umana. E questa non è utopia: è politica…