Una breve ma ‘intensa’ mostra è stata quella dedicata recentemente ad Aldo Massari in Sala
Veratti, con il patrocinio del Comune di Varese, dal 13 al 29 settembre, a 25 anni dalla sua morte.
Curata da Lisa Zanzi, la rassegna Aldo Massari Ricordi d’artista ha permesso a chi l’ha
visitata di accostarsi per la prima volta, o di riaccostarsi, a un’importante tranche ( 37 opere pittoriche ) della sua ricca, felicissima produzione, durata un’intera esistenza. Che si era iniziata a Varese, il 20 0ttobre 1927.
Artista innamorato del proprio mestiere, dopo aver lasciato il lavoro di progettista meccanico, amava essere definito “pittore di luce”. In sostanza un cantore appassionato di vita, come racconta la bella prefazione di Serena Colombo che paragona lo sguardo di Massari a quello del Poeta.
“È uno sguardo carico di amore per il reale, un sentimento di meraviglia e di attesa quello che dagli occhi di Massari passa sulla tela attraverso il suo pennello.
‘Amo il bello’ ripeteva l’artista all’amico Renato Guttuso, conosciuto durante uno dei lunghi soggiorni varesini del maestro di Bagheria. Quel bello che si scopre, all’improvviso, nelle cose nascoste e quotidiane, guardando, proprio come Eugenio Montale, dallo spiraglio di un malchiuso portone e scoprendo un albero di limoni, un ulivo o un volto di donna’.
Erano sensazioni che lo hanno sempre accompagnato e ben si addicono a chi ha lavorato con la gioia di osservare il mondo in tutto il suo autentico splendore, cioè la genuinità del vero, illuminato dalla bellezza della natura, con i frutti delle stagioni. Sono i frutti dei nostri boschi o delle nostre piante mediterranee: le succulente arance e l’uva bionda, le castagne brune sgusciate fuori dal riccio, le mele e i pomodori dorati che crescono nei giardini inondati di sole.
Erano ben in vista anche in mostra, nei suoi noti cesti di paglia intrecciata, così vicini a quell’arte che ben conosceva e frequentava da assistente a Velate del Maestro di Bagheria. Recipienti antichi di un mondo che, se cambia, non può fare a meno di rimanere anche sé stesso: perché là dentro, in quell’intrico antico e paziente di paglia, o di legni intrecciati scorre la vita vera, sublimata nella sua essenzialità concreta, che rimane sempre docilmente uguale a stessa.
Ma ci sono anche le ‘accensioni squillanti dei colori’, nota Colombo, a contraddistinguere un cammino: “..il rosso succoso delle angurie adagiate su di un fondo vermiglio, l’ocra delle pannocchie, le sfumature zafferano dei girasoli, l’oro ambrato degli acini d’uva appena raccolti e poggiati su un cesto di sughero…”.
E ci sono nella sua vita, come nei quadri esposti, anche i cesti traboccanti di pesce, appena pescato nel mare amatissimo di Sardegna. Dove Massari risiedeva con la famiglia nelle lunghe estati di lavoro sereno. E dove dipingeva il bello che poteva cogliere anche nei visi intensi delle sue donne, la moglie e le figlie, le amate nipoti.
Incantano le sue marine di Sardegna, le trasparenze dell’onda sui fondali illiquiditi in cui s’annega lo sguardo di chi osserva. Tra striature violette e squarci cristallini di luce. Ma anche un lago, il ‘suo’ lago, racchiuso nel cerchio d’acqua inglobato nel verde di una Varese lussureggiante, poteva rappresentargli una promessa dolce di eternità. “Pittore solare – così lo aveva descritto Raffaele De Grada-. che dispone gli oggetti da ritrarre sempre alla luce del sole e sente la gioia di vivere”.
Dipingere – ritiene Colombo – è per Massari un atto di amore. Il suo modo di rapportarsi con il mondo. Un ‘arte che Guttuso, in occasione della personale all’Arengario di Milano, nel 1982, elogiava in una lettera per ‘chiarezza, onestà, semplicità’. Doti che un po’ gli invidiava, quando lui stesso confessava di voler essere appassionato e semplice, audace e non esagerato: “Vorrei arrivare alla totale libertà in arte. Che nella vita consiste nella verità”. Un artista da riavvicinare, Massari. Da reincontrare presto in qualche ampio spazio museale di casa nostra, per poter godere al meglio la sua buona arte. Questo il commento di alcuni visitatori.