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ITALVOLLEY-SHOW

FLAVIO VANETTI - 03/10/2025

Perché l’Italia è diventata così dominante nel volley tanto da piazzare al Mondiale, nello stesso anno, un’accoppiata oro-uomini/oro-donne riuscita solo all’Unione Sovietica nel 1952 e nel 1960? Serve un viaggio a ritroso nel tempo, separando i percorsi di maschi e femmine. Tra gli uomini, il primo acuto fu, nel 1978, il secondo posto iridato della Nazionale di Carmelo Pittera (ribattezzata “Gabbiano d’Argento”), seguito nel 1984 dal bronzo olimpico dell’Italia di Silvano Prandi. Quella medaglia a cinque cerchi indicò una strada e nel 1985 ci fu la svolta: la selezione juniores, formata dai talenti che sarebbero diventati la “generazione di fenomeni” protagonista negli anni 90, fu messa in collegiale permanente e sbocciò.

Contestualmente si ebbe l’umiltà di guardare all’estero, cercando di capire quello che facevano gli altri. Quando Julio Velasco approdò in Italia, allenando prima a Jesi e poi a Modena, si rese conto delle potenzialità esistenti: i suoi metodi chiusero il cerchio e sull’onda azzurra crebbe tutto il movimento, prima attorno alla rivalità Modena-Parma – diventate esempio di professionalità – poi estendendo il tiro, nell’era dei grandi investimenti, ad altre realtà, prime fra tutte Treviso e Ravenna. Il volley fu poi anche capace di superare la crisi successiva all’uscita di scena di certe famiglie e di certi capitali, trovando il modo, con la Nazionale, di essere sempre ad alto livello perfino nei momenti in cui la supremazia era passata ad altri. E il campionato non ha smesso di attirare gli stranieri migliori, però senza togliere spazio agli italiani (la pecca, invece, del basket). La generazione vincente degli anni 90 ha quindi regalato un lascito in termini di “know how”: molti di quei giocatori sono diventati allenatori e hanno “predicato” volley. Fefè De Giorgi, il c.t. del bis Mondiale, è uno di questi: nella sua Italia ha trovato le sintesi giuste, ha osato, ha superato perfino recenti mal di pancia (suo e dei “federales”) perché, si sa, il ruolo logora e ogni allenatore ha una data di scadenza. Però ha avuto ragione lui, anche grazie a scelte coraggiose: l’ultima quella dei “deb” che a Manila hanno risposto alle attese.

L’esplosione del volley femminile a livello di Nazionale – fino alla metà degli anni 90 quasi ininfluente, a differenza di alcuni club – si deve all’intuizione di Gianfranco Briani, grandissimo dirigente della Fipav, di aprire la serie A alle straniere. Nel 1997 Velasco afferrò il potenziale delle donne e lasciò l’Italia maschile. Esperienza non lunga, la prima da c.t. “rosa”, ma fondamentale per impostare le basi di un lavoro che i successori (Frigoni, Bonitta, Barbolini, Mazzanti) proseguirono con ottimi risultati e dando il là a un boom che oggi, tra l’altro, vede al femminile l’80% dei tesseramenti della pallavolo.

Infine negli ultimi 7-8 anni l’Italia ha avuto la fortuna di trovare – e il merito di coltivare – una serie di talenti unici. Ma è stato un gruppo non sempre facile da gestire. Il ritorno di Velasco, che aveva fiutato la qualità di queste giocatrici, ha fatto sì che si trovasse una quadra: di qui l’oro olimpico, che ha sfatato una storica e immeritata lacuna azzurra, declinata sia al maschile sia al femminile, e, in “back to back” rispetto a Parigi 2024, quello mondiale, anticipatore dell’impresa dei ragazzi. Prendiamo queste due perle e mostriamole con fierezza: il nostro volley non è esente da errori e da spazi di crescita, però ha costruito un modello vincente tra i difetti di noi italiani.

Corriere.it