
Elezioni marchigiane: il centrodestra con 52,4% ha confermato nettamente i buoni sondaggi delle ultime settimane contro il 44,4% del fronte alternativo. Se avrà pesato di più il fattore nazionale o quello territoriale ce lo dirà forse qualche buona analisi. A questo punto è interessante una prima riflessione sui dati delle singole forze politiche.
Nel centrodestra si conferma molto più votato il partito di MELONI (27,4%) su Forza Italia di TAJANI (8,6%) e sulla Lega di SALVINI (7,4%) più che mai in crisi. Del resto, la Presidente del Consiglio ha gettato nella contesa tutto il potere di Palazzo Chigi lasciando i due vice Presidenti a dilaniarsi nelle polemiche.
Nel centrosinistra si dimostra forte il Pd (22,5) pur con la presenza di liste del candidato presidente RICCI dello stesso partito. Molto debole il Movimento Cinquestelle (5,1%), come sempre nei territori. Nei limiti prevedibili Verdi e Sinistra (4,2%) mentre è difficile da misurare il contributo di RENZI.
In generale, questa troppo lunga campagna regionale, che terminerà finalmente a fine novembre, sta andando probabilmente verso il pareggio: tre Regioni da una parte e tre dall’altra, esattamente come adesso.
Sarebbe stato molto meglio un solo giorno elettorale per tutte le Regioni per non prolungare un clima da permanente guerriglia propagandistica che finisce per stancare e allontanare gli elettori. Continua infatti la tendenza al rialzo dell’astensione e stavolta non c’è più nemmeno il motivo che il voto sarebbe inutile perché gli eletti sono già stati decisi dai partiti. No, stavolta gli eletti erano (e saranno) scelti da chi vota.
La ragione dell’astensione è quindi più profonda e inquietante e si incardina su una sfiducia nella politica che tutti i partiti, di una parte e dell’altra, dovrebbero contrastare mostrando una reale e sincera volontà di affrontare i problemi veri delle persone.
Dal punto di vista del centrosinistra questa elezione potrebbe comunque insegnare molto. La coalizione larga dovrebbe essere perseguita anche nel prossimo futuro ma con due osservazioni che mi sembrano rilevanti.
La prima è che il vantaggio del centrodestra in generale è identificabile soprattutto nella indiscussa leadership nazionale. Ci possono essere, e ci sono, delle aspre discussioni nel merito delle candidature e delle varie scelte politiche ma gli elettori sanno chi è la leader che alla fine unifica: un vantaggio non da poco. Nel centrosinistra, malgrado la netta primazia elettorale del Pd, c’è un’aria di incertezza, spesso di competitiva e dannosa tensione soprattutto con CONTE.
La seconda osservazione riguarda direttamente il Pd e il suo ruolo. Riconosco, da suo elettore, che è stato giusto spostare a sinistra il baricentro del partito che ad un certo punto non si sapeva più cosa volesse di preciso. L’ultima fase di RENZI, e la prima del dopo RENZI, hanno segnato difetti e smarrimento.
Detto tutto ciò, è tempo di dare un punto di riferimento a quell’elettorato di centro che guarda a sinistra ma vuole maggiore concretezza negli obiettivi sociali ed economici. In questo senso lo stesso RENZI potrebbe essere un utilissimo elemento della coalizione se non usato (e non fatto apparire) come una momentanea ruota di scorta.
L’augurio finale, da autonomista convinto, è che le prossime regionali siano giocate molto di più sui fatti e sui progetti territoriali. E questo non vale solo per il centrodestra ma anche per il fronte alternativo.