Era il 28 febbraio e Trump diceva che l’Ucraina “non avrebbe dovuto iniziare la guerra” e definiva Zelensky “un dittatore”. Ad aprile, in occasione dei funerali di Papa Francesco, una sorta di riconciliazione con Zelensky e altre parole, improvvisamente lucide: “Forse Putin non vuole la pace”. Il 15 agosto – al suo fianco c’era proprio Putin – dichiarava convinto che l’avanzata russa sul campo era inarrestabile. Pochi giorni fa un’altra giravolta: “Sono molto deluso da Putin, ho perso la fiducia in lui ed entro un mese vi farò sapere la mia decisione”. Una finestra temporale di 30 giorni equivale a un mese di bombardamenti “premio” per la Russia.
Ma il tempo per Trump vale solo se di mezzo ci sono i suoi affari e i suoi guai: non l’America e gli americani. Ricordate le celebri e sempre più vive parole di JFK durante il suo discorso d’insediamento nel 1961: “Non chiederti cosa può fare il tuo paese per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”. Parole quotidianamente frantumate dal tycoon perché il suo principio guida è quello del profitto: il cuore del suo impianto geopolitico. Dalle speculazioni nella giungla delle criptovalute – sulla quale la sua amministrazione ha puntualmente annullato i controlli – ai risarcimenti milionari versati da editori “cattivi” a fronte di cause del tutto pretestuose, la fortuna di Trump è aumentata di 3 miliardi di dollari in un anno.
Il suo ingresso nel mondo delle criptovalute – dimenticavo, monete virtuali in potenziale conflitto con il dollaro Usa – rappresenta 2 miliardi di dollari di tale aumento, suddivisi più o meno equamente tra World Liberty Financial, holding di valute digitali, e una memecoin, $Strump (Anche se il Congresso, sotto la spinta dell’amministrazione, ha approvato il Genius Act, che alleggerisce la regolamentazione e prevede addirittura una riserva nazionale di Bitcoin). A questo punto potrebbero decollare tre parole: conflitto di interessi? Ty Cobb, avvocato d’affari che collaborò con Trump durante il primo mandato, ha detto al Wall Street Journal che il presidente si muove senza alcun freno inibitorio né timore rispetto alle accuse di conflitto di interessi. In sintesi: monetizzare il potere, ad ogni costo. A frenare l’agire senza scrupoli di The Donald, alcuni comici e conduttori tv (Jimmy Kimmel, Steven Colbert, Jon Stewart, Seth Meyers), molti musicisti (Bruce Springsteen su tutti), diversi attori (Robert De Niro in primis) e il povero Jerome Powell, capo della Federal Reserve Bank, che Trump, un giorno si e l’altro pure, dice di voler licenziare per i mancati interventi sui tassi d’interesse. Powell (lui sì) ribadisce: “La Fed baserà le sue decisioni esclusivamente su ciò che è meglio per tutti gli americani. Non saremo mai influenzati da alcuna pressione politica”.
Non pervenuto invece, in questo argine allo strapotere di Trump, il Partito Democratico, ancora alle corde per la sconfitta dello scorso novembre: non ha un piano, una strategia, tantomeno un leader. E tra poco più di un anno ci saranno le elezioni di Midterm, banco di prova storicamente fondamentale per l’amministrazione in carica. E quindi? Secondo James Carville, politologo di area dem, potrebbe non essere necessaria una strategia, se non l’attesa: attendere che Trump e la sua amministrazione implodano, sotto il peso degli errori e della conseguente impopolarità. Non sono d’accordo. L’immobilismo non può funzionare e calpesta l’orgoglio. Mi viene in mente un grande presidente americano, Franklin Delano Roosevelt: “Ci sono molti modi di andare avanti, ma un solo modo di restare fermi.”