Anche senza scomodare i numeri, è evidente che siamo di fronte ad una crisi demografica importante, che si trascina da anni. Basta guardare le scuole o la mancanza di ragazzi per strada. Dispiace di sentir dire che siamo passati da essere una collettività di baby boomer, i figli della ricostruzione, come molti di noi, nati tra il 1945 e il 1964 e vedere, invece, adesso, una costante diminuzione di nuovi nati. Un fenomeno che ha implicazioni importanti. Non so se sia scientificamente significativo, ma sembra di vedere una certa correlazione tra diminuzione di nascite e crescita esponenziale di animali domestici, cani e gatti. Non sarà un’osservazione impeccabile, probabilmente, ma sembra corrispondere al vero, almeno in termini di numeri.
Le statistiche pubblicate in questi giorni sulla natalità in Italia sono impietose, come ogni anno, da qualche tempo a questa parte. Nel 2025 le nascite sono scese a 355mila unità, quasi il 4% in meno rispetto al 2024, parecchie meno delle 420.000 del 2019. La fecondità si è ridotta a 1,14 figli per donna e se da questa percentuale dovessimo togliere il contributo dato dagli immigrati residenti in Italia, scenderemmo ancora più in basso, fino a contare un solo figlio per ciascuna donna. Siamo tra gli ultimi nel panorama internazionale a soffrire così acutamente di questo fenomeno. Altri vanno meglio di noi, anche alcuni nostri vicini di casa, come Danimarca, Francia e Israele, che possono vantare valori diversi, che stanno tra 1,55 e 1,77 figli per donna.
In questi paesi le cose vanno meglio, perché da tempo si sono sviluppate politiche pubbliche che incentivano la natalità, assicurando, per esempio, sussidi medi annui anche di 15.000 euro per bambino, per la madre lavoratrice. In altri casi, è stato fatto in modo che l’asilo nido fosse un’opzione possibile per tutti i bambini sotto i tre anni. Ancora noi non abbiamo strumenti del genere. E questo spiega, in parte, la ragione per cui siamo tra gli ultimi in classifica, se non gli ultimi. Anche se poi, a ben guardare, le differenze tra un paese e un altro sono di qualche decimo di punto percentuale, in più o in meno, che non può giustificare alcun entusiasmo da parte di nessuno. Stiamo vivendo una crisi che tocca un po’ tutti quanti ed è una crisi di prospettive, che l’impiego di risorse finanziarie può solo lenire, ma non risolvere.
Le implicazioni di questi dati, comunque, sono allarmanti e vengono sottolineate implacabilmente da titoli come quelli che abbiamo letto in questi giorni, come L’estinzione degli italiani oppure Italia: il crollo demografico e la riduzione dei salari, che esasperano le nostre frustrazioni più di quanto già non lo siano. D’altra parte, è inutile far finta di nulla, perché salta agli occhi che le pensioni, per esempio, con una decrescita così marcata, sono sicuramente a rischio, soprattutto per le generazioni che seguono. Al contempo, diventa indispensabile il contributo degli immigrati per creare reddito e occupare posti di lavoro che, altrimenti, rimarrebbero vuoti. Quasi un fenomeno fisico di vasi comunicanti, per cui i vuoti che si creano, in qualche modo vengono compensati. E questo diventa fonte d’irritazione, di risentimento irrazionale, se non addirittura, di xenofobia.
In passato abbiamo vissuto inverni demografici difficili, se pensiamo a quel che è successo nel primo secolo di vita dell’unità, quando abbiam dovuto contare quasi 25 milioni di espatri, a fronte di meno di 7 milioni d’ingressi (Rosina, Impicciatore 2023). In compenso, tra il 1861 e il 1951 la popolazione italiana è passata da 26 a 47,5 milioni di persone. Una crescita che si spiega solo col realizzarsi di un sogno, quello della nascita dell’Italia come nazione, attesa da secoli. Un desiderio antico che univa in un’idea il Medioevo di Dante e Petrarca, Macchiavelli, gli illuministi e i romantici fino alle battaglie del Risorgimento. Un entusiasmo che si è manifestato anche con la Ricostruzione del secondo dopoguerra quando, dopo tante sofferenze, si è intravista una prospettiva di vita nuova e diversa, che suscitava la volontà d’“investire” e di dar vita a nuovi cittadini, da cui ha preso corpo il boom economico che tutti conosciamo.
Oggi, la crisi di natalità e la disaffezione alle urne, sempre più marcata, sono il segno di un bisogno di cambiamento radicale. Si sente la necessità di un sogno in cui credere, per ritrovare la fiducia, l’unico propellente capace di ridare smalto a sviluppo economico e crescita demografica. I giovani questa prospettiva la vedono già nell’Europa unita. Non in quella della burocrazia di Bruxelles che delibera con sussiego sui tappi in plastica, perché rimangano attaccati alla bottiglia dell’acqua minerale (si chiamano “tappi solidali” ed è stata fatta con una legge apposita). Ma in quella concreta di un territorio libero e democratico, com’è adesso, riunito in un’unica nazione, a dispetto delle antiche rivalità. Potrebbe essere una “primavera” per la demografia e per tutto quanto il resto. Basterebbe darsi una mossa.