
Soltanto ventitré chilometri separano Bolsena da Orvieto: due cittadine che più diverse non potrebbero essere. La prima adagiata sul lago omonimo circondata dalla pigra aria della campagna laziale, l’altra arroccata su un costone di tufo a trecento metri dal livello del mare dove le mura medioevali trasmettono tutta una storia vissuta.
Eppure tra questi due luoghi, collegati solo da una tortuosa provinciale che attraversa boschi di lecci, castagni, oleandri, si snoda uno dei miracoli eucaristici più noti e da cui dipende l’istituzione della festa del Corpus Domini.
Parliamo del miracolo di Bolsena: mistero della reale presenza di Gesù nel pane e nel vino consacrati. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma infatti che il figlio di Dio è presente nell’Eucaristia in modo, “vero”, “reale”, “sostanziale” con il suo Corpo, la sua Anima e la sua Divinità. Ed il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 11) definisce l’Eucarestia: “Fonte e apice di tutta la vita cristiana”. Ma lungo il corso dei secoli questo mistero non ha avuto vita facile.
È quanto accadde per esempio nei secoli undicesimo e dodicesimo ad opera soprattutto di catari e valdesi che misero in discussione il dogma cattolico. Per questo il miracolo di Bolsena è così importante.
Nell’estate del 1263 Pietro da Praga, sacerdote di origini boeme compie un pellegrinaggio a Roma per pregare sulla tomba degli Apostoli. Uomo di fede è tuttavia tormentato da molti dubbi sulla reale presenza di Cristo nell’Eucarestia. Il prete, seguendo la via Francigena, si ferma nella cittadina laziale per celebrare la Messa nella chiesa dove si trova la tomba di Santa Cristina, alla quale è molto devoto. Ed è proprio lì in quella spoglia cappella che si verifica il miracolo. Al momento della Consacrazione infatti, mentre don Pietro tiene l’Ostia sopra il calice, vede che la particola sanguina, macchiando il corporale e gli altri tessuti che coprono l’altare. Il sacerdote, turbato, interrompe il rito nascondendo tutto in sagrestia. Ma, passato il primo sbigottimento, si rende conto che non può tenere per sé quanto accaduto. La voce del prodigio si sparge immediatamente e raggiunge Orvieto dove Papa Urbano IV aveva preso alloggio lontano da Roma disgustato dalle tensioni politiche tra francesi e svevi.
Il Pontefice invia immediatamente a Bolsena una delegazione perché si informi di quanto accaduto. La conclusione è unanime: il fatto è così evidente da non ammettere dubbi. Urbano IV si mette in viaggio con il suo seguito verso le reliquie. Ugualmente religiosi e fedeli di Bolsena salgono in processione verso Orvieto. L’incontro avviene sulle sponde del fiume Riochiaro: il Papa, inginocchiato, in lacrime prende le reliquie nelle proprie mani e le porta nella città dove pochi anni dopo viene iniziata la costruzione dell’attuale imponente Duomo.
Anche oggi è possibile ripercorrere lo stesso itinerario. Entrando nella collegiata di Santa Cristina a Bolsena si vedono le lastre di marmo e l’altare macchiato di sangue, ora spostato rispetto alla posizione originaria che era sopra la tomba della santa. Ugualmente raggiunta Orvieto si varca la soglia della Basilica per visitare la cappella dove è esposto il prezioso corporale.
La notorietà del miracolo fu tale da convincere Raffaello Sanzio a dipingere un grande affresco dedicato al prodigio che ora si trova nella “Stanza di Eliodoro”, una delle quattro “stanze Vaticane” visitabili presso il Museo della Santa Sede.
Papa Leone nella sua prima enciclica “Magnifica humanitas” ha parlato dei nostri anni come di un’epoca in cui “è sempre più difficile distinguere tra reale e virtuale”. Questo itinerario macchiato di sangue restituisce alla fede tutta la corporeità del fatto cristiano. Non una pia intenzione o un devoto ricordo ma un invito alla mensa del Re.