
I neuroscienziati chiamano “generalizzazione compositiva” la facilità di ricombinare elementi familiari in idee nuove. Un processo che favorisce la risoluzione dei problemi, la comprensione di nuove situazioni e il pensiero creativo. Un recentissimo studio della Rockefeller University ha individuato – nella corteccia premotoria ventrale del cervello, una sezione del lobo frontale – la prima prova dei substrati neurali che sono alla base di questo processo. Ha detto Winrich Freiwald, responsabile del laboratorio: “Questa scoperta risolve un problema di lunga data nelle neuroscienze cognitive: da dove provengono i simboli, le unità di base del pensiero?”.
Tutto torna: il termine “simbolo” deriva dal latino symbŏlus (o symbŏlum), che a sua volta rimanda al greco σύμβολον (da συμβάλλω: mettere insieme, far coincidere. E quando l’intelligenza artificiale s’impossesserà (definitivamente) dei simboli? Cambiamo corteccia. Passiamo a quella prefrontale dorsolaterale, da cui dipendono il ragionamento, la pianificazione e il controllo esecutivo. Quando affidiamo all’intelligenza artificiale il compito di esternalizzare compiti cognitivi l’attivazione di questa rete neurale si riduce, facendo evaporare il coinvolgimento cognitivo e lo sforzo intellettuale necessari per trasformare le informazioni in conoscenza. A lungo andare c’è il rischio che alcune capacità cognitive vadano incontro ad atrofizzazione.
E c’è poi il concetto di “amnesia digitale”, la tendenza a dimenticare alcune informazioni, tanto c’è un dispositivo digitale (delfino o squalo della memoria umana? ndr) che le memorizza al posto nostro. In queste poche righe ho voluto sottolineare due recenti scoperte scientifiche figlie della ricerca. La prestigiosa rivista Nature ha fatto un bilancio provvisorio dei danni subiti dal settore della ricerca scientifica statunitense dall’insediamento di Donald Trump. Solo nel primo anno alla Casa Bianca l’amministrazione Trump ha cancellato o sospeso quasi 6.000 progetti sostenuti dall’NIH (Institutes of Health), l’agenzia federale che supporta la ricerca biomedica di base con 50 miliardi di dollari l’anno, e quasi 2.000 dalla NSF (National Science Foundation), il più importante finanziatore pubblico in ambito scientifico e ingegneristico, con quasi 10 miliardi dollari annuali. Alla fine di aprile 2026, l’amministrazione Trump ha rimosso bruscamente tutti i membri del consiglio consultivo che sovrintende alla National Science Foundation. L’erogazione dei finanziamenti si era già ridotta drasticamente dall’inizio del nuovo anno fiscale, e queste rimozioni hanno ulteriormente messo in dubbio il futuro dell’agenzia. In America la ricerca scientifica finanziata con fondi pubblici ha guidato progressi storici in campo scientifico e tecnologico dalla Seconda Guerra Mondiale ai giorni nostri, definendo l’economia moderna e rimodellando ogni settore, dalla medicina all’informatica. Durante questo periodo, il sostegno del Congresso americano alla ricerca scientifica è rimasto bipartisan e costante, a testimonianza di un’ampia consapevolezza pubblica dei benefici che il progresso scientifico apporta alla vita americana. Nell’estate del 1945, quattro giorni dopo la resa ufficiale del Giappone e poche settimane dopo l’inizio dell’era atomica, il presidente Harry Truman iniziò a proporre l’idea di un’agenzia guidata dalla “libera intelligenza degli scienziati” che avrebbe finanziato le ricerche sul funzionamento del mondo. Ma Truman era Truman e Trump è Trump.