A 104 anni è mancato Edgar Morin, uno degli ultimi intellettuali enciclopedici, come scrivono di lui i giornali tra i fiumi di parole necessarie per raccontare una vita così lunga e così ricca di valore.
L’uomo-secolo, lo ha definito il presidente Macron; l’uomo che ha vissuto il secolo illuminandolo, ha scritto Hollande.
Morin apparteneva a una generazione impegnata a raccogliere in un unicum sociologia, biologia, filosofia, antropologia, politica, cinema, narrativa, con l’intento di non separare mai “l’uomo e la sua storia dalla Storia”: è stato un uomo dai tratti universali, avverso alla frammentazione del sapere che affligge l’iperspecializzazione di oggi.
Un filosofo geniale, appassionato ai molteplici aspetti dell’umano, in particolare ai temi dell’educazione, uno studioso della complessità, instancabile nella ricerca di risposte e allo stesso tempo cultore del dubbio.
Pochi hanno attraversato con altrettanta modestia fino alla fine un pensiero lucido e un ragionare accurato, dal tratto profondamente umano.
In una delle ultime interviste ha dichiarato che “la speranza non è una probabilità ma una possibilità”.
Ebreo sefardita, nato a Parigi, del Novecento ha conosciuto gli orrori: le crisi della democrazia, il nazismo, la guerra.
Entrato nella Resistenza francese con il nome di battaglia “Morin”, per mantenere viva e attuale quella scelta rinunciò per sempre al cognome Nahoum.
Dopo la guerra sposò le ideologie del comunismo ma presto lasciò il Pcf in disaccordo dal suo legame con l’Unione Sovietica dello stalinismo.
Nel ’59 raccontò in un libro la sua rottura con il Pcf e da quel momento fu sempre vivacemente critico ma anche vicino al pensiero di una sinistra di cui seguì attentamente le evoluzioni.
Fu profeta dell’ecologismo: in un libro del ’69 anticipò l’urgenza ecologica con chiarezza e fermezza, avendo compreso anzitempo la follia dell’incuria verso il pianeta.
Anche quando descrisse la trasformazione in negativo del quartiere popolare di Parigi dove era cresciuto lo fece sulla base di riflessioni premonitrici sull’imminente gentrificazione dei centri storici.
Morin aveva uno sguardo sull’umanità e i suoi drammi lungo e profondo: intravedeva con inquietudine il ritorno degli estremismi e dei populismi, delle chiusure identitarie che spingevano le società verso la pericolosa deriva che sarebbe esplosa più tardi.
Però di fronte alle tragedie del mondo scelse di non soccombere alla tragicità del presente.
Coniò per sé, e per quelli come lui, “l’ottipessimismo”, felice sintesi dell’atteggiamento di chi non accetta di cedere alla disperazione.
Perché talvolta, spiega Morin, accadono eventi che cambiano il corso delle cose e che ci possono salvare.
Ci credeva profondamente anche se nel suo animo albergavano e bruciavano ancora le tragedie dell’infanzia: essere nato da un fallito aborto della madre Luna, da lui adorata, l’avere perso quando aveva dieci anni: una madre chiamata “la mia Hiroshima”, la ferita che ha irradiato la sua autobiografia.
Nonostante il dolore con cui doveva convivere, la sua vita è stata vissuta intensamente: fame e successo, amori importanti, peregrinazioni e permanenze lontano dalla Francia, incontri con i più grandi personaggi della seconda metà del Novecento, sempre con l’ansia di vivere, con la curiosità di sperimentare nuovi orizzonti per l’umanità.
Con la morte di Morin si è chiusa una vita straordinaria, che ci ha regalato un pensiero originale che non ci lascia, una dottrina ma una bussola, per affrontare il mare aperto in cui stiamo navigando.