
L’esito della tornata elettorale degli scorsi 24 e 25 maggio, e in particolare la non prevista vittoria del centrodestra a Venezia, confermano che la coalizione guidata da Giorgia Meloni continua ad avere il consenso della maggioranza degli italiani.
La situazione economica non è molto brillante, ma evidentemente la maggior parte della gente ritiene che, se andasse al governo, il centrosinistra non potrebbe al riguardo fare di meglio di quanto faccia il centrodestra. E credo che sia vero. Il centrosinistra non propone altro che provvedimenti che aumenterebbero la spesa pubblica, il che strozzerebbe ulteriormente un’economia produttiva già schiacciata dall’attuale pressione fiscale.
“E anche oggi, il nostro crollo lo rimandiamo a domani”, è stato l’ironico commento di Giorgia Meloni. Dobbiamo però augurarci e suggerirle di non lasciarsi cullare troppo, come finora in effetti è accaduto, dalla stabilità del consenso di cui gode, e di impegnarsi finalmente a fondo nelle grandi innovazioni che nell’ottobre 2022 aveva promesso nel suo discorso di insediamento.
Finora invece Meloni e il suo governo si sono lasciati trascinare troppo dalla gestione dell’immediato, dall’emergenza contingente. E quando hanno tentato una riforma, quella cosiddetta della magistratura, la hanno comunicata così male che sono poi usciti inaspettatamente battuti dal susseguente referendum confermativo.
Al di là di tale maldestro tentativo, anche tutte le altre grandi ed interessanti promesse fatte nel discorso di insediamento più sopra ricordato restano finora sulla carta. Citiamo qui ad esempio la fondamentale promessa di sburocratizzare la pubblica amministrazione:
“Le imprese chiedono soprattutto”, disse allora Meloni, “meno burocrazia, regole chiare e certe, risposte celeri e trasparenti. Affronteremo il problema partendo da una strutturale semplificazione e deregolamentazione dei procedimenti amministrativi per dare stimolo all’economia, alla crescita e agli investimenti. Anche perché tutti sappiamo quanto l’eccesso normativo, burocratico e regolamentare aumenti esponenzialmente il rischio di irregolarità, contenziosi e corruzione, un male che abbiamo il dovere di estirpare. Abbiamo bisogno di meno regole, ma chiare per tutti”.
A tutt’oggi di quella “strutturale semplificazione e deregolamentazione” non c’è traccia. Parlando lo scorso 26 maggio, il giorno dopo le elezioni, all’assemblea della Confindustria, Meloni l’ha nuovamente promessa, ammettendo così indirettamente di non avervi ancora posto mano.
Nella circostanza ha lanciato l’idea di un “cantiere” per la riforma della burocrazia. In effetti è qualcosa che avrebbe dovuto inaugurare sin dall’ottobre 2022, il giorno dopo il discorso di insediamento nel quale aveva tra l’altro affermato che “Chi oggi ha la forza e la volontà di fare impresa in Italia va sostenuto e agevolato, non vessato e guardato con sospetto. Perché la ricchezza la creano le imprese con i loro lavoratori, non lo Stato tramite editto o decreto. E allora il nostro motto sarà non disturbare chi vuole fare”.
Rileggendo tale discorso (tuttora raggiungibile sul sito della presidenza del Consiglio), vi si ritrovano molte altre promesse cruciali variamente espresse che sono finora rimaste sulla carta. Al riguardo ne riprendo qui di seguito alcuni stralci:
“Negli ultimi vent’anni l’Italia ha avuto in media un governo ogni due anni, cambiando spesso anche la maggioranza di riferimento. È la ragione per la quale i provvedimenti che garantivano sicuro e immediato consenso hanno sempre avuto la meglio sulle scelte strategiche. È la ragione per la quale le burocrazie sono spesso diventate intoccabili e impermeabili al merito. Ed è la ragione la quale siamo fermamente convinti del fatto che l’Italia abbia bisogno di una riforma costituzionale in senso presidenziale, che garantisca stabilità e restituisca centralità alla sovranità popolare. Una riforma che consenta all’Italia di passare da una «democrazia interloquente» ad una «democrazia decidente».
“(…) I nostri mari possiedono giacimenti di gas che abbiamo il dovere di sfruttare appieno. E la nostra Nazione, in particolare il Mezzogiorno, è il paradiso delle rinnovabili, con il suo sole, il vento, il calore della terra, le maree e i fiumi”. Una potenziale di energia verde “troppo spesso bloccato da burocrazia e veti incomprensibili. Insomma, sono convinta che l’Italia, con un po’ di coraggio e di spirito pratico, possa uscire da questa crisi più forte e autonoma di prima «(…)”
“È indispensabile intervenire con misure volte ad accrescere il reddito disponibile delle famiglie, partendo dalla riduzione delle imposte sui premi di produttività, dall’innalzamento ulteriore della soglia di esenzione dei cosiddetti fringe benefit e dal potenziamento del welfare aziendale. Allo stesso tempo dobbiamo riuscire ad allargare la platea dei beni primari che godono dell’ IVA ridotta al 5%. Misure concrete, che dettaglieremo nella prossima legge di bilancio, sulla quale siamo già al lavoro.”
“C’è poi un’altra istituzione formativa importante, accanto a scuola e università. Forse la più importante. Ed è la famiglia. Nucleo primario delle nostre società, culla degli affetti e luogo nel quale si forma l’identità di ognuno di noi. Intendiamo sostenerla e tutelarla; e con questa sostenere la natalità, che nel 2021 ha registrato il tasso di nascite più basso dall’Unità d’Italia ad oggi. Per uscire dalla glaciazione demografica e tornare a produrre quegli anni di futuro, quel Pil demografico di cui abbiamo bisogno, serve un piano imponente, economico ma anche culturale, per riscoprire la bellezza della genitorialità e rimettere la famiglia al centro della società”.
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