
Se Lodovico Pogliaghi trovò casa a S. Maria del Monte sopra Varese e ne fece un museo d’arte, a Colmegna sul lago Maggiore soggiornò un altro pittore di grande fama, il romagnolo Quinto Cenni, brillante illustratore dell’epopea risorgimentale di cui ricorrono centottant’anni dalla nascita. Nato a Imola il 20 marzo 1845 non a caso quinto di dieci figli, studiò belle arti a Bologna e a Milano e dedicò la vita a celebrare i fatti d’arme, i corpi, le unità e le uniformi reggimentali degli Stati italiani preunitari e dell’Italia unita, delle nazioni europee, africane, asiatiche, dell’America e dell’Oceania. La strabiliante produzione di oltre 2500 disegni, quadri e illustrazioni alimentò il commercio delle cartoline militari che caratterizzò la comunicazione postale e il collezionismo dal periodo postunitario alla metà del ‘900, tuttora fiorente.

Cugino di Guglielmo Cenni, capitano con Garibaldi alla battaglia di Varese, il talentuoso Quinto non indossò mai le mostrine di soldato, ma grazie alla riconosciuta abilità ebbe accesso alle caserme e agli eventi militari che gli permisero di coltivare l’opera di documentazione storica con scrupolo e precisione. Gli acquarelli, i disegni a china e a matita, le incisioni su pietra e su legno realizzati tra il 1867 e il 1917 costituiscono un’imponente raccolta di figurini militari – il Codice Cenni – che l’Ufficio storico dello Stato Maggiore italiano acquistò dal figlio Italo nel 1950: una preziosa collezione di venticinque album di carta da disegno e di pagine di registri contabili pieni di figure di soldati in uniforme a piedi e a cavallo, isolati, in gruppo, immobili e in movimento, corredati da note illustrative e da riferimenti a leggi e decreti.

Le opere sono conservate al museo del Risorgimento di Bologna, nella Galleria d’arte moderna di Milano, nel museo di Castel Sant’Angelo a Roma, alla Pinacoteca civica di Imola, nell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito a Roma e nelle raccolte private. Molte riproduzioni sono ancora in commercio: come i venti acquarelli di figurini militari e uniformi italiane realizzati tra il 1889 e il 1891 che la Società Solferino e San Martino della Battaglia a Desenzano sul Garda, in provincia di Brescia, vende al Sacrario in elegante cofanetto di cartoncino. O come la serie di dodici cartoline in bianco e nero sulla vita e l’opera di Giuseppe Garibaldi, con tiratura a mille copie, commercializzate dallo Stabilimento grafico militare di Gaeta.

Della vita di Garibaldi, l’autore prevedeva di realizzare sessanta quadri ma per motivi ignoti non finì l’opera. Disegnò soltanto la prima serie che fu stampata nel 1907 dall’Istituto Rotografico Industriale Silberphot di Milano per il centenario della nascita del Generale. La serie contiene tra le altre le tavole dello scontro di Morazzone avvenuto il 26 agosto 1848 e della battaglia di Biumo Inferiore a Varese del 26 maggio 1859, con i nomi degli ufficiali a cavallo che guidano la truppa tra cui il cugino Guglielmo. All’interno del cofanetto è stampata la lettera che il Nizzardo scrisse all’illustratore da Caprera il 25 marzo 1878, quattro anni prima di morire, in risposta alla richiesta di chiarimenti su certi passaggi delle gesta del condottiero.
Ecco la risposta: “Mio caro Cenni, mi è impossibile per motivi di salute di soddisfare il vostro desiderio. Dipingere un combattimento con esattezza non è fattibile ed io ch’ebbi la fortuna di assistere a vari, non me ne sentirei capace anche se fossi pittore. Il combattimento con Brown ebbe luogo nel fiume Paranà, in un sito chiamato Costa Brava, tra sette bastimenti nemici e due miei che furono incendiati. A Sant’Antonio combattemmo contro l’esercito di Rosas e non contro i brasiliani. La Legione Italia di Montevideo portò sempre la camicia rossa: il combattimento di Mentana da Voi dipinto non va male. Il ritratto che mi chiedete non lo tengo e mi duole non potervi dare altri ragguagli per ora”.

Quinto Cenni morì il 13 agosto 1917 a Carnate in Brianza e la sua opera fu continuata dal figlio Italo (1874-1956), allievo di Lodovico Pogliaghi all’Accademia milanese di Brera. Dopo gli esordi come pittore di soggetti sacri – suoi affreschi si trovano nelle chiese varesine di Bedero Valcuvia e di Cadero Veddasca – il figlio d’arte si stabilì a Colmegna dove ebbe modo di ospitare il padre. Un articolo di Emilio Rossi sulla rivista “Terra e Gente”, curata da Serena Contini nel 2010, rievoca i senili soggiorni dell’artista nella piccola località rivierasca e i giochi alla Torretta con i nipotini. La figlia Elda fu un’abile ritrattista apprezzata dalla casa Savoia e Italo, per molti anni docente al collegio arcivescovile di Saronno, morì a Colmegna e vi è sepolto.