Politica

DISAFFEZIONE, PERCHÉ

ROBERTO CECCHI - 05/12/2025

In genere, parlare di numeri dà un po’ fastidio, perché sono un’astrazione. Non si capisce mai bene, fino in fondo, come stanno le cose. E indispettisce anche un po’, per la verità, dover guardare la realtà attraverso lo specchio deformato di un pallottoliere, invece di ascoltare un dibattito. In fondo, abbiamo uno spirito più umanistico che scientifico, nonostante si sia dato i natali a Galileo, che ha inaugurato la scienza moderna e quindi il culto per il dato. Continuano a piacerci le lettere, la discussione e non il rasoio di Occam, il principio di parsimonia e semplicità, che taglia di netto le chiacchiere e va alla spiegazione più semplice. D’altra parte, è anche comprensibile avere dei dubbi sulla dittatura del numero, se si guarda per esempio all’ultima tornata elettorale regionale, quella di un paio di settimane fa.

Se si dà una scorsa ai numeri, alla fine non si capisce bene che cosa sia successo davvero, chi ha vinto e chi ha perso. Competevano, Puglia, Campania e Veneto. Il centro destra ha vinto in Veneto, il centro sinistra in Campania e in Puglia. Quindi dovrebbe essere un due a uno. Ma poi c’è la questione della Val d’Aosta, dove pure si è votato, ma alla fine di settembre scorso. E quindi dovrebbe essere un due pari. Ma, si obietta, quella è una regione piccola e quindi il risultato non vale. Anzi, no, lo mettiamo da parte. Poco prima, ci son state Toscana, Calabria e ancora prima le Marche. Queste valgono e quindi, quanto stiamo? Alt. Fermiamoci un attimo. Andiamo a guardare all’intero delle coalizioni. Ma qui va ancora peggio. Il discorso dei numeri si fa addirittura criptico. “Lega e M5s crollano, FdI raddoppia e il Pd tiene”. Parla Marattin, segretario del nuovo Partito liberaldemocratico” i numeri parlano chiaro, Lega e M5s perdono la metà e un terzo dei voti, anche in Veneto. FdI aumenta quasi del 50%, anche se bisogna dire che nel 2020 era ancora un partito piccolo. Poi c’è una tenuta sostanziale, anche un aumento, di FI e un dato quasi stabile del Pd. Questi sono i numeri” (Marattin, Adnkronos, 30.11.25).

Per capirci qualcosa, andrebbero guardati con cura e spiegati bene, con un po’ di tempo e di dedizione. Alle volte, però, i numeri non sono così avari. In certi casi, riescono a dare una lettura vivida della realtà se, per esempio, si mettono a confronto l’astensionismo, da una parte, e l’interesse che gli Italiani hanno per la politica, dall’altra. L’astensionismo, si sa, è un fenomeno in crescita vertiginosa. Ormai, alle urne va poco più del 40% degli eventi diritto. Un calo verticale che non riguarda solo il nostro paese, ma tutto l’Occidente. “Per circa trenta anni della storia repubblicana ha votato il 93 per cento degli aventi diritto al voto. Poi, per un quindicennio, l’87; più tardi il 73; alle elezioni politiche del 2022 quasi il 64; ora, nelle elezioni Regionali dei giorni scorsi, una minoranza, tra il 42 e il 45 per cento. Questo vuol dire che 5-7 milioni circa di elettori sono rimasti a casa” (Cassese, 26.11.25).

Un dato totalmente in controtendenza rispetto all’interesse che gli Italiani dimostrano di avere per la politica. Secondo rilevazioni fatte recentemente, il 73% degli italiani si dichiara interessato alla politica e “che tra gli uomini sale al 79%, tra gli over 64 al 77% e raggiunge livelli ancora più alti tra i laureati (85%)” (Granata, 4.11.25). Dunque, da una parte, una diminuzione costante dei non votanti e dall’altra, un numero considerevole, quasi bulgaro, di persone che si dichiarano interessate alla politica.

Apparentemente, sembrerebbero dei dati contraddittori, perché non si spiega come possa accadere che un paese fortemente motivato dalla politica, poi diserti le urne. L’unica spiegazione è che la disaffezione dipenda dalla politica stessa, dai partiti. “Il non voto sfida la democrazia nella misura in cui costituisce una critica, nemmeno tanto velata ai suoi attori e alle sue procedure” (ibid.). Il nodo della disaffezione sta qui. Quindi, verrebbe da suggerire ai partiti di dedicarsi un po’ di più a sciogliere i nodi veri. Ad ascoltare la gente. A farsi una ragione del fatto che non interessano per niente le loro questioni interne. Le bagarre, le dispute insulse dei talk-show, le correnti interne, esterne, laterali “Una corrente politica non si impone solo con le opere, che spesso determinano contrasti personali e diffidenze rese vive dall’egoismo umano; ma dalla formazione di un pensiero che diviene convinzione, che genera la discussione, che occupa il campo della cultura, che supera le barriere dell’università e che crea una propria letteratura”. Lo diceva già Luigi Sturzo più di un secolo fa, nel lontanissimo 1921. Aveva ragione e per questo riuscì a costruire una formazione politica di successo.