Ancora una volta, in queste settimane, sono stato in Giappone per motivi professionali e ancora una volta ritorno affascinato da questo paese che, se ci pensiamo bene, è quasi invisibile nei nostri giornali e nelle televisioni. Eppure il mondo sta riscoprendo la sua civiltà antichissima, che continua a tenere insieme modernità e rispetto delle tradizioni come in nessun’altra parte, ed è una meta obbligata per tanti, soprattutto per i ragazzi che lì ritrovano le origini di gran parte della loro cultura di massa che è fatta di manga, anime, videogame, cinema, jpop, eccetera; anche se minacciata della concorrenza estremamente agguerrita, in questo ambito, di tanti paesi del Sudest asiatico.
È un’invisibilità che spesso ci induce a classificare il Giappone fra i paesi in stagnazione se non addirittura in decrescita (in effetti questo è avvenuto, però nei lontani anni ’90, in quello che fu definito il “decennio perduto giapponese”). È invece esattamente il contrario: la sua storia è scandita da un rapporto altalenante con Stati Uniti e Cina con i quali ha, fino ad oggi, condiviso le prime tre posizioni fra le più ricche economie del pianeta, pur confrontandosi con l’ascesa degli emergenti “vicini di casa” quali Corea del Sud, Taiwan, Vietnam e Singapore. Forse quest’anno nella classifica mondiale sarà però superato dall’India.
Geopolitica: durante la mia presenza in Giappone ho potuto “sentire” la preoccupazione diffusa per l’acuirsi degli attriti con la Cina conseguenti alla situazione di Taiwan. Non solo, ma anche constatare come il paese del Sol Levante si trovi ad affrontare le stesse sfide per la sicurezza che avvertiamo in Europa: entrambi ci sentiamo schiacciati da un lato da regimi autoritari che mostrano una crescente convergenza a livello internazionale e una propensione allo scontro, dall’altro le conseguenze del rapido cambiamento del ruolo globale degli Stati Uniti.
La crisi diplomatica con la Cina è stata innescata dalle parole della premier giapponese Sanae Takaichi lo scorso 7 novembre, e alle quali i nostri media non hanno dato grande importanza: rispondendo a una domanda di un deputato di opposizione, Takaichi ha detto che, in caso di un attacco armato cinese a Taiwan e di un eventuale intervento statunitense in difesa di Taipei, il Giappone potrebbe dispiegare le sue forze di autodifesa. Una dichiarazione accolta come un attacco diretto da Pechino che ha cominciato a esercitare pressioni nei confronti del vicino in diversi ambiti: oltre a inviare navi militari a pattugliare le acque contese, il governo cinese ha molto limitato le importazioni di pesce giapponese (essenziale per la sua economia), sconsigliando inoltre ai suoi cittadini di recarsi in Giappone. Il divieto ha già provocato una valanga di cancellazioni di prenotazioni che sta mettendo in seria difficoltà il settore turistico locale.
Il contrasto è pericoloso anche perché il Giappone è un paese molto ambizioso: fino alla metà del XX secolo con la sua connotazione imperiale, che poi ha dovuto mettere da parte dopo l’esito disastroso della Seconda Guerra Mondiale. Ma per poi riapparire con un dominio a livello mondiale sul piano economico, tecnologico e finanziario e così finendo in rotta di collisione con gli USA (anche perché nella seconda metà degli anni ’80 si trovò quasi a superarne il PIL). Quindi un’altra battuta di arresto con il crac della borsa nel 1989 e l’avvio del già ricordato “decennio perduto” dal quale il Giappone è uscito con un’ambizione ancor più potente: il soft power di quella cultura di massa accennata in precedenza e che si è diffusa in tutto il mondo, spesso “powered by Artificial Intelligence”.
Anche il Giappone sta soffrendo in maniera devastante il fenomeno dell’overtourism, peraltro alleviato per l’improvvisa cancellazione del turismo cinese, sicuramente quello più invasivo. Ho potuto direttamente notare come anche di fronte a questa invasione i giapponesi abbiano trovato il modo di usare, e insegnare agli stranieri, le “buone maniere”: mai portare bagagli ingombranti sui mezzi pubblici (esiste un capillare ed efficientissimo sistema di spedizioni da e per ogni angolo del paese), gestire ogni rifiuto, tenere un tono di voce basso, rispettare gli spazi affollati, non mangiare e non fumare per strada.
Fin qui le mie impressioni macroscopiche e a caldo nel paese del Sol Levante. Ho però anche scoperto nella vita di ogni giorno un Giappone/laboratorio che propone soluzioni a molte delle sfide che ci attendono. Ne parlerò in un futuro contributo.