Val davvero la pena venir a vivere nella provincia di Varese? A guardare i numeri. Non tanto. Anche se occorre prenderli con le pinze e con un po’ di scetticismo. L’annuale classifica del Sole 24 Ore, che è subito rimbalzata su tutti i TG, ha sanzionato: è il momento dei centri intermedi e del Nord Est. Va tenuto presente che la classifica riguarda le province e non (se non per alcuni indici selezionati) le città capoluogo, ma per i più la semplificazione è “automatica”. Solo che per alcune province, come Milano, il capoluogo vale un quarto, un terzo, dell’intera provincia, mentre per Varese non si arriva al 9% (men di 80 mila abitanti su quasi 900 mila), tanto che la città all’ombra del Bernascone non è nemmeno la città più grande (Busto Arsizio ormai la supera di 5 mila abitanti). Resta il fatto che in una classifica nazionale fieramente austro-ungarica (prime nell’ordine Trento, Bolzano, Udine), Varese è solo 41 esima. E non è tutto: si tratta di un peggioramento monstre: 19 posizioni per un solo anno. In tutt’Italia, solo la provincia di Lodi (-21) è riuscita a fare peggio. Ma attenzione: Novara (45°) Vercelli (60°) e Verbania-Cusio-Ossola (61°) stanno ancora peggio.
Insomma, poiché i criteri su cui si basa la valutazione sono in larga misura strutturali, quindi con cambiamenti relativamente lenti, è naturale chiedersi some mai un simile peggioramento. All’inverso Treviso segna una spettacolare miglioramento, avvicinando la top 5: sesta con un miglioramento di ben 18 posizioni.
Che cosa determina allora questi risultati? Che peraltro replica anche la Vicina Como, peggiorata di 14 posizioni, ma pur sempre in un onorevole 25esimo posto? La risposta è anche nella variazione dei criteri adottati di anno in anno.
Incominciamo col dire che se è indietro nella classifica generale, Varese non si aggiudica nemmeno una tappa, nel senso che non entra nel gruppo di testa nemmeno nelle classifiche parziali: solo 29 esima nella graduatoria “Ricchezza e Consumo” e 37esima per “Affari e Lavoro” (con un quarto dei lavoratori che si affanna o a Milano o nel Canton Ticino non c’è da meravigliarsi); 34esima per “Ambiente e Servizi” (dovrebbe essere un punto di forza, ma non dimentichiamo le forti differenze tra Nord e Sud della provincia, desolatamente all’83 esimo posto per ”Cultura e Tempo libero” e all’82esimo per “Giustizia e Sicurezza”. Va un pochino meglio, al 26 esimo posto, per “Demografia e Società”.
L’indice Giustizia e Sicurezza è quello che registra il maggior arretramento. Siamo i migliori in assoluto per mortalità sulle strade extraurbane, ma siamo la peggiore provincia in Italia quanto a concentrazione delle causa civili ultra-triennali: il 46,7% del totale delle cause pendenti, cinque volte più della media nazionale. Questo, benchè la media delle cause civili nel complesso sia sensibilmente inferiore alla media italiana (240 contro 345 giorni). Nel 2024, l’indice riguardante le cause più vetuste non era presente, e questo potrebbe spiegare il netto passo indietro.
Nella “Cultura e Tempo Libero”, Varese risente probabilmente nella ridotta offerta di spettacoli, che è in parte conseguenza dello strapotere della piazza milanese, mentre figura al 14esimo posto, quindi in posizione relativamente elevata, quanto a indice di sportività (anche se solo al 28esimo quanto a dotazione di strutture sportive)
Un po’ meglio vanno le cose nella classifica “Ambiente e Servizi”, che considera questa volta le città capoluogo, dove Varese figura 21 esima quanto a raccolta differenziata, in aumento del il 2024 e il2025 /su questo abbiamo recentemente pubblicato i dati). Poco brillante invece l’estensione delle piste ciclabili, benché in sensibile aumento, che colloca la provincia solo al 63esimo posto su 107 province italiane. Nel complesso, i dati (forniti da Legambiente) collocano Varese al 22esimo posto (64 punti) di una classifica capeggiata ancora da Trento (79 punti). Siamo tra l’altro abbastanza messi bene quanto a polveri fini (i PM 10), un o’ meno bene quanto alle ultra-fini (PM 2,5). Siamo a metà strada (52 esima posizione) quanto a solare pubblico e siamo messi in una posizione piuttosto favorevole (22) per dispersione della rete idrica.
Concludendo con il vasto panorama di indici su ciò che riguarda ricchezza e lavoro, siamo indietro per incidenza di start-up innovative (solo 75esmi), abbiamo poca cassa integrazione (98esimi), il tasso di disoccupazione giovanile è contenuto (72), le cessazioni delle imprese sono limitatissima (102esima), il turismo è forse non altissimo ma è dinamico: al nono posto per espansione. Non primeggiamo quanto a quota dell’export sul Pil (37esimo posto), e abbiamo un numero superiore alla media nazionale per 225 pensioni “di vecchiaia” contro le 1000 nazionali, ma non sono riportate le pensioni “di anzianità”. Siamo al 10° posto per livelli retributivi pressoi i dipendenti ma abbiamo una forte diseguaglianza tra i più ricchi e quelli che lo sono molto meno.
In definitiva un quadro complesso, complicato anche per gli indici economici dal lavoro transfrontaliero (che in gran parte non rientra tra i redditi dichiarati) e da quello del pendolare fuori provincia. Graduatorie di questo genere, con pregi e difetti, si susseguono tutto l’anno e non è facile tratteggiare una provincia di frontiera che vive, specie nella sua parte meridionale, attratta irresistibilmente dalla metropoli. Servono comunque a dare la sveglia, a dirci che non siamo i più belli della classe. E a ragionare seriamente su quel che vogliamo essere.
