Ci sono parole limpide e senza ambiguità come “cura”. Comunque la si intenda la cura riassume uno dei lati migliori dell’umanità. Come ci conferma l’etimologia: “cura” deriva dal latino cura, e sta per “preoccupazione”, “sollecitudine” e “attenzione”. La radice latina “cor” evidenzia la derivazione da “cuore”, insieme a quella indoeuropea che sottintende le azioni di “osservare” e di “fare attenzione”.
La parola cura ci parla del nostro rapporto con l’altro, bisognoso di cure fisiche e non solo.
Nessuno è esente dal bisogno di essere “visto”, riconosciuto, amato, trattato con sollecitudine e con attenzione. Nei primi anni di vita e negli ultimi chiediamo cure che non sono mai solo materiali. In seguito, durante il corso dell’età adulta, esprimiamo sempre, consapevoli o no, il desiderio mai sopito di essere curati, da uno sguardo, da una carezza o da una parola.
Anche chi offre cura riceve dalla persona curata numerosi feed back positivi che gli riscaldano il cuore e rinforzano in lui lo slancio con cui di dare empatia e affetto.
Chi cura per professione, come gli educatori e gli insegnanti, ad esempio, non può non aver realizzato che senza sollecitudine, senza affetto e senza condivisione non si possono ottenere risultati efficaci e cambiamenti stabili. Chi impara ha bisogno di sentirsi considerato, preso in carico, accolto, per accettare di aprirsi alla conoscenza. Ognuno di noi chiede cure: compreso l’individuo iperconnesso, informato, attrezzato intellettivamente che non sa riconoscere dentro di sé la permanenza del bisogno di essere oggetto di cure.
Mi domando quanto oggi siamo capaci di cura vera, di quell’atteggiamento che ci mette in sintonia con il mondo creando lo scambio reciproco che rende più forti emotivamente. Accettiamo che nessuno si basta da solo, che il corpo e la mente, come le relazioni, vanno protette, ascoltate, mantenute vive, quindi curate.
Curare è l’opposto di abbandonare, è l’atto umano deliberato che salva, lo afferma la scienza, sia la specie sia la comunità perché non può esistere sopravvivenza biologica senza quella sociale ed emotiva. Curare non è solo un atto privato, è un gesto di una responsabilità collettiva che redistribuisce tempo, ascolto, risorse e si impegna a non lasciare indietro nessuno.
Chiudo affidandovi queste parole dell’educatore, sociologo, poeta Danilo Dolci (1924-1997), detto il Gandhi italiano, usate come titolo di una poesia: “Ciascuno cresce solo se sognato”.