Cultura

I RIVOLUZIONARI DELLA MOKA

LUISA NEGRI - 06/02/2026

Il desiderio di raccontare il mondo e la vita di una famiglia, la propria – non una qualunque- ha spinto l’autrice del romanzo Un sogno di polvere e acqua (Mondadori) a ripercorrere, con l’aiuto di Alessandro Barbaglia, lunghi anni di storia.

Si chiama Celestina Bialetti. Ed è figlia di Alfonso e sorella di Renato, i due padri della famosa caffettiera Moka Express. Diffusa negli anni Sessanta in tutto il mondo, la Moka (da una località dello Yemen) venne reclamizzata in Italia da Carosello fin dal ’57, attraverso l’immagine del famoso omino coi baffi -disegnata da Paul Campani- durante il teatrino pubblicitario serale di mamma Rai, che poi mandava subito i bambini “tutti a nanna”.

I baffi e il ciuffo erano proprio di Renato, che nell’imprinting di fabbrica aveva fissato in eterno, e nell’universo imprenditoriale, il sogno paterno e suo di diffondere su larga scala quell’oggetto bello, nuovo e insieme pratico, destinato a sostituire la tradizionale napoletana.

Un oggetto progettato da papà Alfonso (1888), nativo di Crusinallo, il figlio del Luisin e della Luisina, un bravo disegnatore e sognatore: l’ispirazione, di quel sogno di polvere e acqua, era nata in lui osservando la sua giovane moglie, Ada, far bollire in cortile i panni del bucato nella prima, rudimentale lavatrice, detta lisciveuse. Il gran recipiente di base sovrastato da un coperchio -da dove il vapore e l’acqua bollente risalivano in alto, mischiandosi alla polvere di sapone e cenere per il lavoro di lavaggio necessario- lo aveva illuminato: e spronato nel tempo sulla strada, non facile per un prodotto nuovo e rivoluzionario, della produzione artigianale prima, e industriale poi, con Renato.

Tra quel sogno fissato in un disegno a matita, poi in uno stampo a base esagonale da lui stesso perfezionato in Francia, nella fonderia di un cugino, ci sarebbe però stata la Seconda guerra mondiale: con l’assenza vuota e incolmabile proprio del figlio primogenito, catturato dai tedeschi e finito in campo di concentramento ai confini della Germania di allora, oggi Lituania. Liberato dai russi, Renato era rientrato a casa nell’ottobre del ’45, da un giorno all’altro, a piedi e con mezzi di fortuna, sopravvissuto contro ogni speranza, cibandosi appena degli scarti delle patate. Un miracolo.

Non fu sufficiente però a fargli dimenticare quella tragedia, ombra incancellabile nel carattere malinconico e insieme vulcanico di lui, così sensibilmente esplorato da Celestina, detta Tina. Lei era nata proprio lo stesso anno del ritorno del fratello. Il destino, per lui, aveva del resto cambiato più volte il suo corso in meglio, fin dal difficile momento della nascita, nel 1922. E così anche in quel dopoguerra.

Il redivivo primogenito di Ada e Alfonso fiuta dunque il valore della scoperta del padre. Se ne impossessa, certo anche per rendergli onore e riscattarlo dalle difficoltà passate, dando insieme buona prova di sé stesso. La fa sua e la fa conoscere, sempre di più, con la pubblicità. Rendendola grande: come il novello stabilimento di Crusinallo, avveniristica costruzione in cristallo e cemento, modello da imitare e far invidia al mondo, da lui fatto costruire. Nel quale lavorerà per tanti anni, con tutto il mondo, cogliendo il successo del suo vulcanico, lungimirante e geniale temperamento.

Ciò che resta dello stabilimento si trova a non molta distanza dalla casa in cui vive ancora oggi Celestina. Che ha scelto invece di fare l’insegnante, dedicandosi ai suoi allievi come nonna Adele, anziché all’impresa.

Ora che è lei la memoria di quella storia, ha deciso di ricordare. La Moka, spiega, è stata in ogni casa e nel mondo, è storia di tutti. Ma, mamma Ada le ha raccontato, quella storia è iniziata fin dai primi anni di amore di lei e Alfonso. Una storia nella storia di famiglia. E a Tina piace raccontare anche questa.

Alfonso è ancora giovane e bello quando perde, troppo presto, la prima moglie e i due figli nati da lei. Destino vuole che passi ogni giorno davanti a una casa e avverta le note di un pianoforte. Conosce un giorno la giovanissima musicista, quindici anni appena. Lo colpiscono subito la sua maturità e benevolenza. Tre anni dopo la tornerà a cercare: va dal Bundant e signora, i genitori di lei che gestiscono un negozio con luogo di ristoro, quasi un agriturismo di allora, sulla strada che porta a un grappolo di case, vicino a Casal Cortecerro, chiede il permesso anche a loro. Ed è un sì: ora le nozze si possono fare.

Sarà un bel matrimonio, semplice ma vero, confortato da un amore durevole e felice e da un’allegra figliolanza: tra Renato e la piccola Tina vengono al mondo Germana e Luisanna.

Quel profumo intenso di famiglia e caffè corre oggi nel lungo racconto: tra i dolori e i sogni prudenti e onesti di Alfonso, la dolce fermezza di Ada, le baldanze e le finali malinconie di Renato. Che, dopo un’ininterrotta e acclamata attività, si ritira ad Ascona. Vive solo, tra una corsa e l’altra sulle amate acque del Verbano. Fino all’11 febbraio del 2016.

La nostalgia di Tina, oggi nonna di Adele, s’abbandona dopo dieci anni al ricordo, ci fa rivivere un mondo davvero speciale, immagina colloqui con il suo importante fratello. E anche le cose mai dette.

A fare da sfondo ai suoi intriganti racconti continua ad essere la cittadina di Omegna, sull’altra perla di lago dove vive con la gatta Luna. Nella stessa terra, bella e affascinante, che adora fin da bambina. Qui lavoro e ingegno sono stati sempre di casa.