Attualità

MACEDONIA A CINQUE CERCHI

FLAVIO VANETTI - 06/02/2026

Anticipo subito: non mi allineo ai peana già intonati – e destinati ad aumentare di clamore – sulla bellezza dei Giochi olimpici “diffusi”. Evito di adattare alla situazione la famosa frase di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin – peraltro il concetto, sia chiaro, è quello –, tuttavia non la faccio passare: questo format, che il Cio intende promuovere e ripetere, visto che è già stato adottato per Parigi 2024 coinvolgendo perfino la Polinesia, non mi convince. O meglio: i Giochi invernali 2026 in versione diffusa avrebbero avuto un senso se Torino avesse accettato di essere in “ticket” con Milano, ma con il capoluogo lombardo nel ruolo di capocordata, essendo scontato che una nuova candidatura di quello piemontese, a soli 20 anni dall’esperienza del 2006, sarebbe stata bocciata. Ma Chiara Appendino, all’epoca sindaco di Torino, con moto di orgoglio degno di miglior causa sentenziò che non esisteva essere subordinati a Milano. Così tolse il sostegno alla corsa olimpica, vanificando una soluzione logica e funzionale: tra Milano e Torino ci sono 140 km di autostrada e le due città sono collegate dall’alta velocità ferroviaria. I problemi operativi sarebbero stati infinitamente inferiori, anche perché a Torino sarebbe stato possibile riattivare gli impianti del 2006.

Senza il coinvolgimento della città della Mole che cosa è successo? Che è entrato in gioco Luca Zaia con gli “appetiti” per il suo Veneto che ai tempi governava. Ma in automatico è successa un’altra cosa: Attilio Fontana ha preteso che la Lombardia avesse pure le gare di sci maschili (a Bormio) e l’area per snowboard, freestyle e sci estremo (a Livigno). Di qui la frammentazione delle location dei Giochi: 7 in totale, Milano, Cortina, Bormio, Livigno, Tesero, Anterselva, Predazzo. L’ottava è Verona, per la cerimonia di chiusura (pure l’adattare una struttura delicata come l’Arena per un evento del genere mi pare senza senso). Comunque, di location ce ne sarebbe stata un’altra: Baselga di Piné, se avesse accettato di coprire il suo Oval per il pattinaggio veloce. Invece non ha voluto e questa specialità è stata trasferita a Rho-Fiera, dove un altro capannone è stato destinato all’hockey femminile dopo la mancata riqualificazione del PalaSharp. Insomma, dalla possibilità di avere un polo lombardo per il ghiaccio (con l’aggiunta al massimo dello sci maschile, visto il valore della “Stelvio” di Bormio) e uno torinese-piemontese per la neve siamo approdati a questa “macedonia” a cinque cerchi che non promette nulla di buono. Perché? Elenco in ordine sparso: a) siamo un Paese di cialtroni, che in 7 anni dall’assegnazione dei Giochi non è riuscito a creare le necessarie infrastrutture stradali e ferroviarie, fondamentali per una sfida così articolata; b) ci vogliono (se va bene) 5 ore per andare in auto da Milano a Cortina (con le navette di sicuro di più) e almeno 3 ore e mezzo da Milano a Bormio (inciso: nel 2017 i coreani erano già pronti, per il 2018, con una linea ferroviaria AV da Seul a Pyeongchang e con due nuove autostrade): c) la frammentazione dei luoghi di gara “incasinerà” inevitabilmente il già complicato sistema delle navette locali, il metodo principale per spostarsi tra i luoghi di gara; d) le difficoltà per i media di coprire dal vivo: ad esempio, se segui lo sci femminile a Cortina non riesci – salvo noleggiare un elicottero – ad essere a Bormio per quello maschile.

Lasciando da parte il resto – dai costi dei biglietti, in alcuni casi assurdi anche se ormai questo è il trend olimpico almeno per le discipline di punta, ai “magna magna” che ci sono stati (vi invito a leggere il libro “Una montagna di soldi”), ai ritardi grotteschi nel fare le cose, alle incursioni dei politici, alla necessità di avere due cerimonie inaugurali e doppia coppia di tedofori – il riassunto è semplice: i Giochi diffusi potrebbero anche non essere una cattiva idea, dato che coinvolgono un territorio più vasto, ma a patto che siano organizzati da chi ha strade, ferrovie e strutture all’altezza e non butta via gli anni come abbiamo fatto noi. La Francia, che per il 2030 ha deciso di usare lo schema pure sul fronte invernale, farà meglio? Probabile. Ma continuo a pensare che la sede unica, con una frammentazione degli eventi al massimo nel raggio di qualche decina di chilometri, sia preferibile. Vabbé, che si cominci: vediamo come andrà a finire. Davvero l’Italia può ambire a 20 medaglie? Penso di sì, vuoi per il fattore campo che probabilmente avrà un peso, vuoi perché i nostri atleti sono ben più affidabili di… (omissis: boccaccia mia statte zitta).