Opinioni

MIGRAZIONI SENZA FINE

PAOLO COSTA - 06/02/2026

Nemmeno l’inverno e il ciclone Harry hanno fatto desistere gli scafisti dal far partire le loro carrette del mare. Così, nell’ultima settimana di gennaio, il Canale di Sicilia è diventato la tomba di una cinquantina di migranti causa naufragio, mentre sono risultate disperse centinaia di persone imbarcate a Tunisi. E chissà quanti altri fatti di questo genere non sono stati portati alla nostra conoscenza o sfuggono all’attenzione generale. L’argomento sembra infatti non interessare più di tanto, né i media né l’opinione pubblica. Come se l’emergenza non ci fosse più. Come se il calo degli arrivi in Italia (66 mila all’anno nell’ultimo biennio) giustificasse la visione di una prospettiva completamente nuova, un cambiamento d’epoca. Ma non è così. Non può essere così. Perché dall’altra parte del Mediterraneo c’è un Continente con una popolazione quadruplicata dal 1960 (ha raggiunto quota un miliardo e 580 milioni), dove nascono 4,6 figli per donna e l’età media si è assestata sui 19 anni. Una realtà con emergenze sanitaria ed educativa che si trascinano da decenni senza soluzione di continuità.

Eppure, stando a certi calcoli, per via del trend demografico, in Africa servirebbero ogni anno 20 milioni di posti di lavoro in più. Una cifra da libro dei sogni, per lo meno in questo momento. E poi, last but not least, c’è il capitolo dei conflitti. Oltre la metà dei Paesi è dilaniata da guerre intestine, con gruppi etnici, milizie jahdiste, formazioni sostenute da dittatori vari che si affrontano spargendo terrore e provocando continue carneficine. Persino gli Stati con situazioni politiche apparentemente stabili nascondono gravissimi problemi di affidabilità, un dato che tuttavia non limita le insistenti iniziative più o meno trasparenti, spesso illegali, di cinesi e russi a caccia grossa delle ricchezze del territorio. È questa, in estrema sintesi, la situazione all’origine delle grandi migrazioni trans-sahariane e delle precarie traversate mediterranee, lo scenario destinato a protrarsi nel tempo, con le sue opportunità e i suoi rischi, che farà da sfondo al vertice Italia-Africa di Addis Abeba del prossimo 13 febbraio. Un appuntamento biennale nel quale si farà il punto sull’attuazione del “Piano Mattei”, la strategia di relazioni con il Continente Nero voluta dal governo Meloni e ispirata, idealmente, alle azioni del fondatore di Eni e del sindaco fiorentino La Pira, che definiva il Mediterraneo “grande lago di Tiberiade”.

L’obiettivo del Piano è noto: instaurare un rapporto paritario con gli Stati africani (non considerati come territori semplicemente da sfruttare), favorire il loro sviluppo concentrando gli sforzi europei e degli organismi internazionali, nonché dei grandi istituti finanziari. Linee con traguardi che, alla luce della situazione ricordata, sembrerebbero non raggiungibili. Finora l’Italia ha concluso partnership con una quindicina di Nazioni, tra le quali alcune, come il Congo, il Mozambico e l’Etiopia, si distinguono per la presenza di sanguinose guerre fratricide. I progetti avviati riguardano il sostegno a infrastrutture strategiche (ad esempio il corridoio di Lobito, cioè il collegamento ferroviario est-ovest), la formazione di personale dirigenziale in loco, la trasformazione del debito in iniziative di sviluppo agricolo o sanitario. D’altro canto dall’Africa sono stati ricavati -grazie soprattutto al massiccio interventismo di quella sorta di ministero degli Esteri aggiunto che è diventato Eni- importanti incrementi di forniture energetiche (per esempio gas naturale dall’Algeria).

Sono partite, queste, aperte dal governo Draghi e alle quali Meloni ha voluto assicurare continuità. Del resto la questione energetica, per la sponda nord del Mediterraneo, è diventata centrale. Mentre per l’Africa, secondo molti analisti, potrebbe significare uno sviluppo significativo con aumenti di Pil in alcuni casi perfino a doppia cifra. È una visione ottimistica? Riusciranno i paesi africani, prima o poi, a sfruttare in pieno le loro enormi risorse, a uscire da una condizione secolare di estrema povertà? Saranno in grado iniziative come il piano Mattei a dare una spinta per una svolta, pur agendo in un contesto complicatissimo? A oggi le ondate migratorie e il persistere dei problemi sembrano essere le parti di un’attualità che fatica a tramutarsi in passato. Mentre il Piano Mattei, in effetti, è una goccia nel mare. Ma attenzione: non c’è altra strada. E l’Italia -in attesa di un approccio sistemico che coinvolga l’Europa intera (altro auspicio che può rimanere tale)- ha il merito di averla almeno abbozzata.

L’Africa pare calamitare chi agisce “spes contra spem” e non promette guadagni immediati. Lo insegna una particolare “multinazionale” che da secoli agisce così: la Chiesa cattolica, con le sue missioni costruttrici di ospedali, scuole, pozzi … risultati ottenuti grazie alla passione e all’interesse positivo per la gente classificabili, appunto, come gocce nel mare. Ma che enorme valore hanno queste gocce, così come ogni intervento, anche se piccolo, in un posto come l’Africa!