
Le cronache recenti, dagli scontri di Torino alle tensioni che attraversano le nostre piazze, impongono una riflessione profonda: la sicurezza non può e non deve essere lasciata allo scontro propagandistico. Ci troviamo davanti a un equilibrio delicato: da un lato la necessità imprescindibile di difendere lo Stato e chi lo rappresenta; dall’altro il dovere di tutelare la libertà di espressione, pilastro della nostra democrazia.
La condanna della violenza non ammette zone grigie. Attaccare le forze dell’ordine non è un atto politico, ma un atto criminale che mina la sicurezza collettiva. La mia posizione è netta: solidarietà totale agli agenti e massima fermezza nel perseguire i responsabili. Una democrazia è realmente sicura solo quando chi garantisce l’ordine pubblico è tutelato, rispettato e messo nelle condizioni di operare al meglio.
Tuttavia, è preoccupante osservare una destra che cerca di lucrare politicamente sui disordini, creati nella stragrande maggioranza dei casi da alcuni violenti che si infiltrano in manifestazioni pacifiche. Manifestazioni animate nella quasi totalità da cittadini pacifici che portano le proprie legittime istanze in piazza, che non possono e non devono essere criminalizzati. Accusare l’opposizione di vicinanza ai violenti o attaccare la magistratura inquina il clima civile e trasforma la sicurezza in un’arma di distrazione di massa. Il rischio è una deriva pericolosa che colpisce i diritti civili senza, di fatto, rendere i cittadini più sicuri.
Dobbiamo avere il coraggio di dircelo: una società più sicura è, prima di tutto, una società più giusta. La repressione interviene quando il danno è ormai fatto, ma la politica ha il dovere di agire sulle cause. La marginalità sociale, l’assenza di prospettive per le nuove generazioni e lo smantellamento del welfare territoriale sono i principali “brodi di coltura” della devianza.
Investire in scuola, formazione e politiche abitative non è “buonismo”, è la forma più intelligente e pragmatica di prevenzione. Se non riduciamo le disuguaglianze, continueremo a inseguire emergenze che la sola forza pubblica non può risolvere. La sicurezza si costruisce dove lo Stato è presente con i servizi, non dove si limita ad apparire con i decreti penali. Non esiste ordine pubblico senza sicurezza sociale.
Quanto avviene a livello nazionale si riflette con forza anche nella nostra provincia. Il tema della sicurezza è da qualche anno tra i più sentiti dai nostri concittadini, secondo solo a quello della Sanità. Non è un caso: entrambi riguardano la protezione della persona e la fiducia nelle istituzioni.
Nella nostra provincia, sicurezza significa innanzitutto cura del territorio. Significa evitare che lo sfilacciamento sociale trasformi le aree industriali o le zone di periferia in luoghi di solitudine e degrado. La sicurezza reale si garantisce con una rete capillare di trasporti efficienti, con il sostegno al terzo settore che opera nelle periferie e con una sinergia vera tra Regione e amministrazioni locali. Un territorio è sicuro quando non ci sono “zone d’ombra” lasciate all’abbandono; quando i servizi funzionano, la percezione di sicurezza cresce.
Come rappresentante nelle istituzioni regionali, ritengo che il nostro compito sia chiaro: la provincia di Varese deve essere un luogo sicuro perché è una comunità coesa, governata con lungimiranza e attenzione al sociale, non perché si tenta di mettere il bavaglio al dissenso.
Oggi più che mai serve responsabilità. Colpire chi usa la violenza è doveroso, ma costruire una sicurezza basata sulla giustizia sociale è l’unico modo per garantire ai cittadini varesini e lombardi una convivenza civile che duri nel tempo.
Samuele Astuti, Consigliere Regionale PD – Lombardia