
Siamo divisi a metà. Colpevolmente, e pardon-perdono. Nella metà 1 sta il sentimento di gioia: l’Olimpiade di Milano-Cortina che s’è iniziata e reca curiosità, partecipazione, entusiasmo. Nella metà 2 sta il sentimento di mestizia: la gara alla malvagità che prosegue, un rush dopo l’altro. In giro nel mondo, in giro per l’Italia. Guerre impossibili da fermare, ostilità resistenti a spegnersi, devastazioni (saccheggi sfaceli rovine delitti) tanto irragionevoli quanto motivo di folle pianificazione.
Siamo divisi a metà. Ci è in sorte una natura ricca di virtù, però capace di vestirsi da povera miseria. Miseria di mentalità, cultura, comportamento. Possediamo maxi-risorse utili al benessere collettivo/vitale, le disperdiamo secondando particolari/feroci voglie di supremazia. La storia, migliaia d’anni di storia distribuita nella geografia planetaria, insegna zero. Non maestra di vita. Maestra del contrario. Irrazionalmente, ostinatamente, tragicamente. Un’infinita processione di sconfitte ha degradato l’umanità, ma l’umanità non riesce a emanciparsene.
Siamo divisi a metà. Da una parte la sventura epocale che traversiamo, distruttiva dei valori fondanti della società civile/libera/democratica. Dall’altra parte il tic emotivo che sposta l’attenzione verso la kermesse allegra, colorata, festosa dei Giochi. Un fenomeno di distrazione di massa, direbbero i sociologi, prima che i politici, gli economisti, persino gli influencer dell’oggidì nullistico. Sarebbe così se fosse costruito ad arte, il fenomeno. Ma non è così. Vien costruito per celebrare (e basta) le discipline invernali dello sport, con l’ovvio spettacolare contorno, e senza diversa finalità. C’impanchiamo noi, noi e solo noi, a farne uso diverso, causa impulso interiore: lo scarto umorale che porta a rimuovere i pensieri da crudele oppressione col divagare di momentaneo sollievo. Una sorta di pillola dall’effetto placebo: dura quel che dura, poi non dura più.
Siamo divisi a metà. L’impegno a non scordare, nelle due settimane a venire, il peggio che sta succedendo qui e là in terre vicine/lontane; l’intento di liberarci, in queste due settimane, della negatività che marca la vita quotidiana, giudicandola l’unico modo per ritrovare, chiusosi il periodo del Grande Evento, una magica positività. Ecco lo slalom d’oro che vorremmo vincere tutt’insieme, finendola di sentirci divisi a metà. Una speranza e stop, si capisce. Ma chi non spera in qualcosa, una volta accesa la fiaccola d’antica origine?
Ps
1) Vannacci che lascia Salvini costringe la Lega, inguaiata dal leader infatuatosi del generale e ora da lui beffato, a ridefinire sé stessa: o compete nella gara all’estremismo o si riconverte al realismo. Pare assurda la prima ipotesi, ragionevole la seconda. Ma se lo è, s’impone l’ovvia domanda: risulta accettabile un segretario buono per tutte le stagioni? Si aspetta la non meno ovvia risposta.
2) Paragonare le violenze di Torino al terrorismo delle Brigate Rosse è come minimo una lacuna di conoscenza storica, come massimo un’overdose di propaganda. Aiutano misure aggiuntive/preventive per fronteggiare la criminalità, che si declina anche nelle incursioni in cortei di protesta. Ma servono soprattutto forze dell’ordine più numerose, sempre meglio attrezzate, disposte con adeguata organizzazione. Tocca al governo darsi da fare, e all’opposizione contribuire. Lo Stato è uno.
3) Mattarella che a sorpresa incontra i ragazzi ricoverati a Niguarda dopo la tragedia di Crans-Montana è un tocco d’empatia nazionale. Ci emoziona e commuove. Va lì senza informare nessuno, zero telecamere e microfoni al seguito, parole riservate, carezze, silenzi, sguardi intensi. Si riconferma il presidente di tutti, vera e amata icona nazionale. La patria è lui. Guai a un premierato che ne sminuisse il ruolo.