In queste ultime settimane, durante e dopo l’approvazione della legge di bilancio, sono rimaste in primo piano le polemiche sull’allungamento dell’età pensionabile parallelamente alla crescita della speranza di vita. Prima un ordine del giorno, approvato con una inedita alleanza giallo-rosso-verde, poi una proposta di legge di 5Stelle e sinistra, hanno proposto non solo il blocco dell’età pensionabile, ma anche la fine degli incentivi alla previdenza complementare.
Al di là delle pur indispensabili riflessioni sulla sostenibilità del sistema previdenziale c’è un elemento che accomuna l’accanimento della Lega e delle sinistre più o meno estreme contro le riforme previdenziali: è in gioco il valore del lavoro, un lavoro che è visto come una schiavitù, da lasciare il più presto possibile per passare più confortevolmente a vivere di rendita.
Certo ci sono lavori, cosiddetti “usuranti”, per cui l’età pensionabile dovrebbe essere sostanzialmente abbassata. Ma non si può costruire una riforma per tutti sulla base delle giuste esigenze del 10% dei lavoratori. Gli operai delle fonderie così gli autisti di scuolabus hanno bisogno di condizioni particolari per la loro salute, e non solo.
La logica dell’aumento dell’età pensionabile risponde a due esigenze. La prima per l’innalzamento della vita media e quindi del numero di anni in cui si resta a beneficio della rendita pensionistica. La seconda per il miglioramento delle condizioni di vita e di capacità lavorativa anche in età “avanzata” (e infatti i lavori usuranti sono esclusi dagli innalzamenti).
Non bisogna dimenticare che proprio in questi ultimi anni sta infatti cambiando sensibilmente il mondo del lavoro. Le fabbriche fordiste, con le catene di montaggio e i lavori alla “Tempi moderni” di Charlot, hanno lasciato il posto agli operatori in camici bianchi che controllano macchinari sempre più sofisticati. Mentre si espande l’area degli impieghi creativi nell’industria così come nei servizi. E si entra più tardi nel mondo del lavoro mentre le nuove tecnologie consentono molto più facilmente attività svolte a distanza, in orari flessibili, con impegni part-time.
È quindi possibile superare, nei fatti oltre che nei giudizi comuni, la concezione del lavoro come passiva esecuzione di compiti e procedure. Ed arrivare al lavoro come espressione della propria personalità. Tutto questo aiuta a guardare con una luce diversa il tema del pensionamento: non più un cambiamento radicale della propria vita, ma una partecipazione ancora attiva pur se gradualmente diversa dal passato.
Lo stesso modo con cui si guarda al lavoro sta subendo importanti cambiamenti. Dalla dimensione della punizione, che è derivata nei secoli da una lettura acritica del libro della Genesi (“Maledetto sia il suolo per causa tua, con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”), la stessa dottrina sociale della Chiesa ha attuato nei secoli una progressiva rivalutazione del lavoro. Passando attraverso la regola benedettina dell’ora et labora si arriva infatti alla moderna visione nella Centesimus annus (n.31): “Oggi più che mai il lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri; è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l’uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive della terra e di leggere in profondità i bisogni dell’altro uomo per il quale il lavoro è fatto”.
In questa prospettiva il lavoro si identifica con l’impegno quotidiano, con le molteplici tipologie di relazione che vanno molto al di sopra e al di là della tradizionale modalità di attività dipendente. Il lavoro diventa un modo di partecipare alla vita sociale, di trasmettere la propria esperienza, di condividere la propria professionalità. E resta sorprendente vedere riaffiorare i vecchi schemi del proletariato e della lotta di classe.