Mi sembra ovvio che tanto più ci si può attendere un processo equo quanto più accusa e difesa sono sullo stesso piano, e il magistrato giudicante è terzo rispetto ad esse ed è inoltre responsabile dei suoi atti e delle sue sentenze. D’altra parte è già così nella gran parte dei Paesi democratici.
Finora – fino a quando non entrerà eventualmente in vigore la legge costituzionale 30 ottobre 2025 che verrà sottoposta a referendum popolare confermativo il 22-23 marzo prossimi – in Italia invece le cose non stanno così. Il titolare dell’accusa, ossia il pubblico ministero, è un collega del magistrato giudicante. I due appartengono ad una medesima magistratura, e le loro carriere sono regolate da un medesimo Consiglio Superiore, il CSM, eletto da tutti i magistrati, che tra l’altro è il loro comune supremo giudice.
La nuova legge:
° separa la carriera dei magistrati giudicanti da quella dei pubblici ministeri, i magistrati che esercitano l’accusa;
° istituisce due distinti Consigli Superiori, rispettivamente della magistratura giudicante e della magistratura che esercita l’accusa;
° stabilisce che i membri dei due nuovi CSM non siano più eletti ma estratti a sorte: i membri togati (due terzi dei componenti) tra tutti i magistrati rispettivamente giudicanti e che esercitano l’accusa; i membri “laici” (un terzo dei componenti) in un elenco, votato dal Parlamento in seduta comune, di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di iscrizione al loro Ordine.
° istituisce un’Alta Corte, cui viene attribuita la giurisdizione disciplinare nei riguardi dei magistrati ordinari, composta da quindici membri: tre nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio, tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti compilato dal Parlamento in seduta comune mediante elezione, sei magistrati giudicanti e pubblici ministeri estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità. L’Alta Corte elegge il presidente tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti dall’elenco compilato dal Parlamento.
° stabilisce che con una successiva legge ordinaria si determineranno gli illeciti disciplinari e le relative sanzioni, nonché la composizione dei collegi, e si fisseranno le forme del procedimento disciplinare e le norme necessarie per il funzionamento dell’Alta Corte.
Questo è il contenuto della legge che verrà sottoposta a referendum.
Questi insomma sono i fatti, tenuto conto dei quali mi sono convinto a votate “sì”. A questi fatti chi propone il “no” oppone soltanto dei sospetti. Sospetta che con tale riforma la magistratura verrà assoggettata al governo in violazione dell’art. 104 della nostra Carta costituzionale al cui comma primo viene stabilito che “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Questi sospetti non sono però suffragati da alcun dato di fatto, da alcun preciso argomento. Son semplicemente presunti. Fino a quando dunque non ci viene spiegato su quali basi obiettive tali sospetti si fondano non c’è nessuna ragione, a mio avviso, per tenerne conto.
Aggiungo che sarei stato per il “sì” qualunque governo avesse proposto una legge del genere. E qualunque fosse il clima politico generale del momento in cui una tale legge fosse stata votata. Questa riforma era dovuta, e già Berlusconi aveva più volte tentato di vararla, senza però riuscirsi perché sospettato di volerla pro domo sua (anche qui la comoda ed iniqua arma del sospetto, inventata dai giacobini e poi brandita dai giacobini di ogni tempo fino ad oggi). Adesso i maneggi nel CSM emersi con il cosiddetto caso Palamara, e numerosi episodi di mala giustizia degli ultimi anni hanno fatto perdere alla magistratura il prestigio e l’impunità frutto dell’epoca di Tangentopoli, e quindi reso politicamente meno ardua tale riforma. La situazione non incide però sulla sostanza del problema. Lo ha semplicemente reso più affrontabile tanto più da un governo presieduto da Giorgia Meloni, una personalità della quale, nonostante accurate ricerche, nessuno è sin qui riuscito a trovare scheletri nell’armadio.
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