Società

NOMEN OMEN

ROSALBA FERRERO - 06/03/2026

Nomen omen. Non può che essere così. Si parla di Max Laudadio, noto come inviato di Striscia la notizia, il cui nome ha richiamato un pubblico eterogeneo nella cripta della chiesa parrocchiale di Masnago; incredibile, in una domenica pomeriggio, il numero dei ragazzi presenti. Max esordisce: “Ero uomo di successo: giornalista a Pistoia, poi le Iene, Striscia la notizia; i soldi, una bella famiglia. Non mi serviva Dio. Ero sufficiente a me stesso. Però non mi sentivo felice”.

Poi gli capita l’episodio che cambia tutto. La figlia va con l’oratorio a Torino all’Arsenale, torna con il libro di Francesco Oliviero Per una chiesa scalza che Max, durante una delle solite notti insonni passate a riflettere sulla felicità, inizia a leggere, fino alla fine. Il mattino seguente va a Torino, all’Arsenale ove incontra Francesco Oliviero che lo accoglie con un “Ti voglio bene”.

“Le sue prime parole mi spiazzano: io sono un emotivo e piango. Parla di Dio a me che sono ateo e mi spiazza ancora di più. Sento che devo cambiare, subito.”

Laudadio è più concitato nel proseguire a narrare quella che chiama la sua caduta sulla via di Damasco. “Mi metto in contatto con don Silvano, il prete dell’oratorio, che mi appare un invasato perché mi dice ‘fai l’adorazione eucaristica’ e io non so neppure cosa sia!”. Qualcuno tra il pubblico sorride. “Mi chiede di fissare l’ora e il giorno della partecipazione. Opto per l’ora più inusuale per le Quarantore, tra le tre e le quattro del mattino. E lo appunto sul telefono”.

Due settimane dopo quando alle due suona la sveglia all’Alpe del Tedesco nevica. Ma si sente ‘chiamato’ e arrivanella chiesa di Bisuschio dove una signora lo riconosce e stupefatta gli lascia il posto. Laudadio resta per un’ora, solo davanti a un crocifisso. Un’ora.

E in quell’ora – una – capisco di aver buttato via tre quarti della vita”.

 Cambia tutto: “Non potevo continuare a darmi sempre ragione su tutto quello che facevo e decidevo. Non più ego-referenzialità, ma osservanza dei dieci comandamenti che mi guidano e permettono di discernere le azioni che vanno solo al mio vantaggio da quelle che sono fatte per il bene di tutti.”

La platea vive con lui le tappe e le riflessioni sulla sua ‘conversione’.

“Qui sta la felicità: fare la cosa giusta, non fare quello che vogliamo; agire non in maniera egoistica anche se è faticoso, ma pensare anche agli altri e non solo a sé. Il Vangelo è il bigino della felicità, trovo sempre scritto cosa bisogna fare”.

Va in missione ad Haiti dove c’è una comunità che vive sopra una discarica alta 7 metri, va nel Benin dove c’è un unico ospedale davanti alla cui porta una fila lunghissima di gente malata aspetta di entrare ma molti muoiono prima di poterlo fare, va in Giordania, dove c’è una struttura per oltre 1000 disabili cristiani musulmani ebrei gestita da tre suore.

La felicità raggiunta nel donarsi è offuscata dalla paura della morte. L’ha superata, grazie alla amicizia con Nico un bimbo oncologico di 8 anni. Ha iniziato a frequentarlo dopo che il piccolo, incontrato per caso, gli ha regalato la sua scimmietta ‘della buonanotte’. “Ecco, negli ultimi mesi di ospedale, nei lunghi incontri quotidiani, con la serenità e la sicurezza del ‘fanciullino assopito’ in noi adulti, Nico mi ha trasmesso la certezza che la vita continua dopo”.

Laudadio si commuove sino alle lacrime e commuove il pubblico raccontando come dopo il funerale del piccolo tra i palloncini bianchi sia spuntato un arcobaleno, d’estate, in una giornata limpida. “Ora vivo in maniera diversa le stesse cose che vivevo prima, ma ho più rispetto per gli altri, più amore, scelgo in maniera diversa. Ho iniziato a fare per gli altri, anche se è faticoso; voglio pensare agli altri, non solo a me stesso, perché la felicità non è donare ma donarsi, come ha fatto Gesù”, conclude Lauda-Dio: nomen omen, appunto.