Attualità

POCO FUMO, IDEM ARROSTO

SANDRO FRIGERIO - 06/03/2026

C’è poco da fare. Nel momento in cui l’aria è tesa, anche una scintilla può dare fuoco alle praterie e a Varese, a poco più di un anno dalle elezioni, con il vulnus ancora aperto del tentato blocco leghista sul Bilancio a fine anno, lo scontro sulla viabilità e piste ciclabili a Biumo (si parla di possibili riunioni congiunte di Commissione), il rischio c’è. È bastato nell’ultima seduta del consiglio comunale è parlare … di gas, o almeno di teleriscaldamento (che è comunque largamente a metano). Di nuovo Lega e maggioranza si sono prese a sportellate, magari per una cattiva interpretazione.

È stato sufficiente ricordare, a proposito del rinnovo della concessione ormai scaduta, che in Commissione consiliare il consigliere leghista Roberto Parravicini avesse parlato di “termovalorizzatore”, cioè di incenerimento dei rifiuti, perché si scatenasse la bagarre. Con il sindaco Galimberti, noto per il suo aplomb istituzionale e i toni pacati, a infervorirsi e ripetere che con lui “mai, mai, mai (tre volte) Varese avrebbe avuto un termovalorizzatore”. Tema delicato, anche perché la Lega ben ce lo vedrebbe altrove (esempio Roma), ma soprattutto perché lo stesso Parravicini, un ragioniere di professione amministratore condominiale (il dettaglio non è casuale), spiegava di essere stato mal interpretato: “In Commissione ho solo sostenuto che gli altri sistemi di teleriscaldamento in Lombardia bruciano rifiuti anche per permettere la sostenibilità economica. Mai fatta la proposta per Varese”. Episodio rientrato, ma resta la realtà che le tariffe del teleriscaldamento varesino sono spesso e volentieri più care di quelle degli impianti tradizionali e anche il fatto che occorre pensare alla nuova concessione, perché quella 33ennale, che risale ancora alla Giunta Gibilisco, è scaduta. Risale infatti alla metà degli anni ’80 l’idea del progetto varesino del teleriscaldamento, la grande centrale unica di via Ottorino Rossi che ha qualche centinaio di utenze (tra cui l’Ospedale), ”con 10-12 mila persone che tra residenti, lavoratori, degenti, ne beneficiano”, ha sottolineato il sindaco.

Un impianto in funzione fin dalla fine degli anni ’80, una scelta, ricordava a suo tempo proprio Gibilisco quando ancora era sindaco, più di 40 anni fa, “reso possibile dalla gran quantità di soldi dell’allora Comunità Europea” (si chiamava ancora così, studiato anche con visite di comparazione in altri comuni, come Brescia – San Polo e Cremona, ma mai un vero affare. A Brescia si bruciavano e bruciano rifiuti, a Varese ci si limitava a “conferirli”. L’allora Varese Energia, braccio armato del Comune, che è poi confluita in Acsm/Agam e quindi in Acinque, che ha gestito sin qui, tra le varie cose, l’impianto di co-generazione (calore-elettricità) che produce il calore e lo distribuisce con una rete di 16 km.

Intendiamoci, Varese in Acinque conta ben poco. La società – che si occupa a vari livelli di risorse energetiche nei territori di Como, Lecco, Monza, Sondrio, Varese, oltre che di Udine e Venezia – è nata per aggregazioni successive e ha nella milenese A2A, che è azionista al 41,3, il socio “pesante”, ma vede il Comune di Varese contare solo per l’1,29%. Nel confronto, Lecco (Lario Reti) ha il 23,9%, Monza il 10,5%, Como il 9,6%, Ascopiave (Marca Trevigiana e non solo) il 5%.
Como, come dicevamo, brucia rifiuti e la stessa Acinque, gruppo da quasi 600 milioni di fatturato, ha nella “termovalorizzazione” una componente piccola ma significativa. I quesiti aperti sono quindi diversi. Chi si presenterà alla gara? Anche Como in questi mesi ha visto decadere la concessione e l’ha rinnovata, però per un periodo di pochissimi anni, ad Acinque, pur essendone un azionista di peso. Varese dovrebbe trovare quindi un gestore (con gara) interessato al servizio senza l’incenerimento dei rifiuti, che comunque anche in un termovalorizzatore andrebbero adeguatamente selezionati e trattati. Insomma, investimenti considerevoli che richiederebbero lunghi periodi di ammortamento e “certezze”. Sotto questo profilo, almeno, Varese ha o avrebbe mani libere, con minor conflitto di interessi, vista la sua scarsa caratura azionaria. La quadratura del cerchio (ambiente-sostenibilità economica-vincoli ambientali, tariffe) non si preannuncia facile. Potrebbero venire sperimentate altre tecnologie? Si, ma costano.

Una di queste è lo sfruttamento delle biomasse, come per esempio avviene a Tirano, con un grande impianto che brucia “cippato”, ovvero i trucioli da scarti del legno e anche da una limitata e controllata produzione boschiva (in Italia la superficie forestale è in continuo aumento), ma anche su questo tema i pareri sono spesso discordi. Qualche anno fa, la Elmec di Brunello (una delle aziende più avanzate tecnologicamente della provincia) aveva messo in pista un progetto “molto locale” di questo tipo. Sparito dal radar alla prova dei fatti.

E poi, ha senso che la rete resti così limitata, quasi una rete di quartiere? Sono temi sensibili. Fondi, anche europei, oltre che regionali e statali, potrebbero essere mobilitati. Ma intanto c’è una concessione da rinnovare, un PGT (che potrebbe essere l’occasione giusta per affrontare un tema non di dettaglio) da approvare. Potrebbe essere un tema serio per la politica varesina. Molto serio, ma come tutti i temi, in genere l’attenzione dedicata in Consiglio Comunale è inversamente proporzionale alla importanza della posta in gioco.