Il coinvolgimento emotivo di ciascuno di noi di fronte alla morte è inversamente proporzionale alla distanza. Proviamo a pensarci: quanto più è lontana, tanto meno ci colpisce, o meglio la viviamo con un certo distacco legato al fatto di non conoscere nessuno o di non essere affettivamente implicati. Dopo lo shock iniziale dato dalla notizia televisiva, si continua la propria indaffarata vita. Il contrario se avvenisse per parenti o vicini di casa.
È forse il motivo per cui cerchiamo di “mantenere una certa distanza” da tutto l’orrore che notiamo in TV durante questi anni bellici, pur osservando indignati certi programmi con bambini mutilati, affamati, denutriti. Il loro sguardo terrorizzato conosce solo un colore, il rosso del sangue, che trasforma anche i loro pelouche in oggetti ormai senza significato. Il grido di dolore sembra inascoltato e la nostra apparente indifferenza pare una forma di difesa di fronte a tanta malvagità. È una “vox clamantis in deserto”?
L’European Academy of Paediatrics (EAP) segnala in questo 2025 parecchi bambini vittime di molte crisi, più o meno note: in Sudan sono oltre 14 milioni quelli bisognosi di aiuti per fame, violenze sessuali e malattie; in Afghanistan ne soffrono di malnutrizione acuta circa 3,5 milioni; in Ucraina 4 milioni di piccoli vivono in teatri di guerra, 2.500 sono le vittime accertate e il 70% non ha accesso a cibo, abbigliamento, istruzione, riscaldamento. E in molti altri Stati, apparentemente minori, continua la falcidia provocata dalle “inutili stragi”.
Gaza è attualmente l’espressione più severa e più grave di quanto sta avvenendo a livello mondiale: la morte, la fame, la paura sembrano il paradossale destino “normale” di milioni di bambini che hanno ormai perso quei diritti fondamentali di cui parla la Carta Europea dei Diritti del Bambino. Ribadisce che a prescindere da origine, nazionalità, religione o altro, ogni minore deve avere almeno il diritto alla vita, alla salute, alla protezione dalla violenza e dall’arruolamento nei conflitti armati. I bambini non sono numeri, ovunque nascano e ovunque vivano, sono bambini sempre e come tali da proteggere e custodire con affetto.
Riflettevo tempo fa circa l’antinomia tra i bambini in guerra e quelli che vivono alle nostre latitudini. Qui l’impegno di ogni tipo di professione attorno al mondo dell’infanzia è notevolmente elevato, là i numeri sopracitati confliggono con ogni tipo di diritto.
Qui l’elevato impegno dei medici, a partire dalla nascita in sicurezza, all’attenzione poi per ogni tipo di malattia, alla prevenzione vaccinale, alla ricerca per il miglioramento – ad esempio – della sopravvivenza in ambito oncoematologico, ecc. ecc. Là neppure un bicchiere di acqua, solo la morte che vede cadere come birilli centinaia di piccoli.
Qui si promuovono convegni per parlare di “healthy habits” ovvero di abitudini sane, salutari, i cosiddetti stili di vita costruiti su importanti pilastri quali l’ambiente, la nutrizione, le relazioni, la fisiologia di una crescita sempre controllata e monitorata. Là si è tornati indietro di decenni rispetto a noi perché si parla ancora di malnutrizione, termine che ormai alle nostre latitudini – per fortuna – è diventato obsoleto.
Nei teatri di guerra è difficile l’istruzione, sempre tormentata dal rischio bombe o missili con la conseguente corsa verso i rifugi: ciò interrompe la tranquillità di un quotidiano apprendimento. Qui i nostri bambini, già dalla frequenza presso gli asili nido, hanno costantemente la presenza di persone competenti che seguono attentamente la loro evoluzione psicofisica ed emotiva. Le scuole materne e poi via via gli altri passaggi scolastici offrono un percorso pedagogico-educativo che garantisce a ogni singolo una sicura formazione. Questo purtroppo per i piccoli di Gaza per ora non è possibile. I nostri bambini -soprattutto qui a Varese – hanno meravigliosi spazi esterni di gioco all’aria aperta, a differenza di chi altrove osserva solo macerie!